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Stati Uniti d'America: guida di viaggio
America
IL PASSATO GEOLOGICO
La prima epoca è quella delle ere geologiche, prima dell’avvento dell’uomo, riconoscibile in America, come in poche altre zone del mondo, soprattutto in luoghi come le Mesas, i Canyonlands del West, il territorio del Parco di Yellowstone, i Tetons (che richiamano alla men... Continua a leggere
IL PASSATO GEOLOGICO
La prima epoca è quella delle ere geologiche, prima dell’avvento dell’uomo, riconoscibile in America, come in poche altre zone del mondo, soprattutto in luoghi come le Mesas, i Canyonlands del West, il territorio del Parco di Yellowstone, i Tetons (che richiamano alla men... Continua a leggere
America
IL PASSATO GEOLOGICO
La prima epoca è quella delle ere geologiche, prima dell’avvento dell’uomo, riconoscibile in America, come in poche altre zone del mondo, soprattutto in luoghi come le Mesas, i Canyonlands del West, il territorio del Parco di Yellowstone, i Tetons (che richiamano alla mente i Titani). Termini tecnici quali movimenti tettonici, sollevamento, erosione e attività idrotermale assumono un significato quasi mistico, così come le meraviglie da essi create. Sono proprio questi prodigi della Terra, con tutte le loro continue metamorfosi, inesorabilmente lente, rivelazioni della divinità della Natura - ciò che gli indiani chiamano il “Grande Spirito” -, che hanno ispirato fotografi come Ansel Adams, il quale ha dedicato la propria vita a fissare questo aspetto dell’America in immagini che possiedono la complessità astratta e la forza epica della grande musica sinfonica.
IL PASSATO DELLE CULTURE DEGLI INDIANI D’AMERICA
In secondo luogo c’è il passato a noi più vicino, ancora vivo o scomparso da poco, della civiltà degli indiani d’America, come i Pueblos dell’Arizona e del Nuovo Messico, i cui territori un tempo costituivano il limite settentrionale del vasto impero degli Aztechi, per non parlare delle tradizioni custodite con grande tenacia dalle tribù del Nord, del Sudovest e delle Grandi Pianure, dai Nasi Forati ai Navajos e ai Sioux. Dal punto di vista cronologico questa antichità corrisponde ai tempi preomerici in Europa e alle epoche precedenti quella mesopotamica in Asia, ossia quella neolitica e quella paleolitica di cinquecento o quattrocento millenni fa, in particolare il Pliocene Superiore e l’intero Pleistocene. Nel Vecchio Mondo quasi tutte le tracce di queste antiche epoche dell’umanità sono state cancellate dal sovrapporsi di civiltà più “avanzate”. Quando i leoni, le tigri e gli elefanti dominavano l’Europa e il Medio Oriente, i popoli che vi erano stanziati andavano a caccia per procurarsi il cibo e vivevano in insediamenti molto rudimentali. Forse erano “primitivi”, ma è a loro che dobbiamo lo sviluppo delle nostre lingue, le nostre religioni, la nostra arte e le prime osservazioni scientifiche. Le testimonianze archeologiche dimostrano che le loro culture erano molto simili a quelle degli indiani d’America sia prima che dopo l’arrivo dell’uomo bianco. Quindi, gli americani e, loro tramite, il resto dell’umanità hanno il privilegio di poter rivendicare questo patrimonio degli indiani d’America e soprattutto ciò che vi è ancora di vivo e di intatto, scoprendo le radici profonde e vitali di un’umanità molto antica, radici che, ora più che mai, sono preziose in questo mondo travolto dall’impeto del progresso.
IL PASSATO MITICO-STORICO DELL’ESPLORAZIONE E DELLA COLONIZZAZIONE EUROPEA
In terzo luogo c’è l’epoca degli insediamenti europei in America. Se prendiamo come data iniziale l’arrivo di Colombo a Santo Domingo, tale periodo copre un arco di soli cinquecento anni, e meno di quattrocento se partiamo dall’arrivo dei Padri Pellegrini a Plymouth Rock - due avvenimenti recentissimi, se misurati sui metri della storia europea. Però, anche in questo caso, la dimensione temporale americana è diversa, e quello che per l’Europa risulterebbe relativamente moderno, in America diventa quasi mitico. La lotta primitiva per la sopravvivenza, la lenta conquista di un grande territorio selvaggio, la formazione di una nazione, i conflitti sulla schiavitù, il comportamento verso gli indiani e le successive migrazioni verso l’Ovest: tutto questo fa parte di una antichità che possiamo paragonare alla Bibbia o ai poemi omerici; un americano percepisce questi quattro o cinquecento anni come molto più lunghi e avvolti nelle “nebbie” della leggenda che non un europeo. Quindi, città come Saint Augustine, Boston o Philadelphia sembrano quasi sumeriche, mentre le case di fine Ottocento a New York sono paragonabili ai quartieri medioevali di Parigi o di Praga, e l’Empire State Building potrebbe equivalere alla reggia di Versailles.
IL PASSATO CALEIDOSCOPICO DEL “MELTING-POT” AMERICANO
La quarta e ultima dimensione temporale dell’America consiste nel fenomeno del “melting-pot”. Come tutti sanno, la cultura americana è un amalgama di molte culture del mondo, ognuna con la propria lingua e le proprie usanze. Considerate in modo superficiale, queste culture sembrano scomparire via via che le nuove generazioni, nate in America, si integrano e si assimilano a quella dominante. Quindi, il giovane negro dell’Alabama, i cui avi sono giunti come schiavi, il giovane chicano della California, che discende dagli indiani Pueblos o dai coloni spagnoli, il giovane italoamericano di New York, i cui antenati erano poveri contadini siciliani, e il giovane WASP (White Anglo-Saxon Protestant, ovvero protestante, anglosassone, bianco), che discende dai mercanti scozzesi, sarebbero oggi intrinsecamente identici. Questo è vero. Ma è anche vero che le loro antiche culture sopravvivono dentro di loro, anche se in modo frammentario, attraverso la molteplicità dei costumi etnici e familiari - qualche frase detta in dialetto, qualche piatto tradizionale, qualche vecchia fotografia o altri ricordi, e qualche particolare comportamento che un estraneo difficilmente nota. Il rapido fluire della vita in America, invece di far scomparire queste caratteristiche e usanze, proprio a causa della sua superficialità e indifferenza ne favorisce paradossalmente la conservazione, come insetti imprigionati nell’ambra. Nulla del genere sarebbe possibile nei Paesi di origine di tali persone, dove i continui cambiamenti avrebbero ormai spazzato via le usanze più antiche. In tal modo, la lingua e le tradizioni delle famiglie immigrate in America cento o più anni fa hanno conservato i propri caratteri arcaici, mentre in patria questi si sono radicalmente modificati. Tale peculiarità del “melting-pot” ha avuto così l’effetto di creare nuclei antichi nel cuore dell’America moderna e in ambienti dove non ci si aspetterebbe affatto di trovarli, non tanto tra i nuovi arrivati provenienti dalla Russia o dalla Cina, quanto tra i loro cugini ben assimilati che vivono nei moderni quartieri delle classi medie. A volte, questo effetto è provocato volutamente, come nel caso dei popoli Amish della Pennsylvania, ma generalmente è casuale, come per il quartiere Williamsburg di Brooklyn, in cui si respira l’aria della vecchia Varsavia, o per la Little Italy di Manhattan, in cui aleggiano ancora gli odori della vecchia Napoli, o per i ristoranti di Detroit che ricreano la magica atmosfera di Canton o del Cairo quasi meglio di un viaggio.
IL PASSATO GEOLOGICO
La prima epoca è quella delle ere geologiche, prima dell’avvento dell’uomo, riconoscibile in America, come in poche altre zone del mondo, soprattutto in luoghi come le Mesas, i Canyonlands del West, il territorio del Parco di Yellowstone, i Tetons (che richiamano alla mente i Titani). Termini tecnici quali movimenti tettonici, sollevamento, erosione e attività idrotermale assumono un significato quasi mistico, così come le meraviglie da essi create. Sono proprio questi prodigi della Terra, con tutte le loro continue metamorfosi, inesorabilmente lente, rivelazioni della divinità della Natura - ciò che gli indiani chiamano il “Grande Spirito” -, che hanno ispirato fotografi come Ansel Adams, il quale ha dedicato la propria vita a fissare questo aspetto dell’America in immagini che possiedono la complessità astratta e la forza epica della grande musica sinfonica.
IL PASSATO DELLE CULTURE DEGLI INDIANI D’AMERICA
In secondo luogo c’è il passato a noi più vicino, ancora vivo o scomparso da poco, della civiltà degli indiani d’America, come i Pueblos dell’Arizona e del Nuovo Messico, i cui territori un tempo costituivano il limite settentrionale del vasto impero degli Aztechi, per non parlare delle tradizioni custodite con grande tenacia dalle tribù del Nord, del Sudovest e delle Grandi Pianure, dai Nasi Forati ai Navajos e ai Sioux. Dal punto di vista cronologico questa antichità corrisponde ai tempi preomerici in Europa e alle epoche precedenti quella mesopotamica in Asia, ossia quella neolitica e quella paleolitica di cinquecento o quattrocento millenni fa, in particolare il Pliocene Superiore e l’intero Pleistocene. Nel Vecchio Mondo quasi tutte le tracce di queste antiche epoche dell’umanità sono state cancellate dal sovrapporsi di civiltà più “avanzate”. Quando i leoni, le tigri e gli elefanti dominavano l’Europa e il Medio Oriente, i popoli che vi erano stanziati andavano a caccia per procurarsi il cibo e vivevano in insediamenti molto rudimentali. Forse erano “primitivi”, ma è a loro che dobbiamo lo sviluppo delle nostre lingue, le nostre religioni, la nostra arte e le prime osservazioni scientifiche. Le testimonianze archeologiche dimostrano che le loro culture erano molto simili a quelle degli indiani d’America sia prima che dopo l’arrivo dell’uomo bianco. Quindi, gli americani e, loro tramite, il resto dell’umanità hanno il privilegio di poter rivendicare questo patrimonio degli indiani d’America e soprattutto ciò che vi è ancora di vivo e di intatto, scoprendo le radici profonde e vitali di un’umanità molto antica, radici che, ora più che mai, sono preziose in questo mondo travolto dall’impeto del progresso.
IL PASSATO MITICO-STORICO DELL’ESPLORAZIONE E DELLA COLONIZZAZIONE EUROPEA
In terzo luogo c’è l’epoca degli insediamenti europei in America. Se prendiamo come data iniziale l’arrivo di Colombo a Santo Domingo, tale periodo copre un arco di soli cinquecento anni, e meno di quattrocento se partiamo dall’arrivo dei Padri Pellegrini a Plymouth Rock - due avvenimenti recentissimi, se misurati sui metri della storia europea. Però, anche in questo caso, la dimensione temporale americana è diversa, e quello che per l’Europa risulterebbe relativamente moderno, in America diventa quasi mitico. La lotta primitiva per la sopravvivenza, la lenta conquista di un grande territorio selvaggio, la formazione di una nazione, i conflitti sulla schiavitù, il comportamento verso gli indiani e le successive migrazioni verso l’Ovest: tutto questo fa parte di una antichità che possiamo paragonare alla Bibbia o ai poemi omerici; un americano percepisce questi quattro o cinquecento anni come molto più lunghi e avvolti nelle “nebbie” della leggenda che non un europeo. Quindi, città come Saint Augustine, Boston o Philadelphia sembrano quasi sumeriche, mentre le case di fine Ottocento a New York sono paragonabili ai quartieri medioevali di Parigi o di Praga, e l’Empire State Building potrebbe equivalere alla reggia di Versailles.
IL PASSATO CALEIDOSCOPICO DEL “MELTING-POT” AMERICANO
La quarta e ultima dimensione temporale dell’America consiste nel fenomeno del “melting-pot”. Come tutti sanno, la cultura americana è un amalgama di molte culture del mondo, ognuna con la propria lingua e le proprie usanze. Considerate in modo superficiale, queste culture sembrano scomparire via via che le nuove generazioni, nate in America, si integrano e si assimilano a quella dominante. Quindi, il giovane negro dell’Alabama, i cui avi sono giunti come schiavi, il giovane chicano della California, che discende dagli indiani Pueblos o dai coloni spagnoli, il giovane italoamericano di New York, i cui antenati erano poveri contadini siciliani, e il giovane WASP (White Anglo-Saxon Protestant, ovvero protestante, anglosassone, bianco), che discende dai mercanti scozzesi, sarebbero oggi intrinsecamente identici. Questo è vero. Ma è anche vero che le loro antiche culture sopravvivono dentro di loro, anche se in modo frammentario, attraverso la molteplicità dei costumi etnici e familiari - qualche frase detta in dialetto, qualche piatto tradizionale, qualche vecchia fotografia o altri ricordi, e qualche particolare comportamento che un estraneo difficilmente nota. Il rapido fluire della vita in America, invece di far scomparire queste caratteristiche e usanze, proprio a causa della sua superficialità e indifferenza ne favorisce paradossalmente la conservazione, come insetti imprigionati nell’ambra. Nulla del genere sarebbe possibile nei Paesi di origine di tali persone, dove i continui cambiamenti avrebbero ormai spazzato via le usanze più antiche. In tal modo, la lingua e le tradizioni delle famiglie immigrate in America cento o più anni fa hanno conservato i propri caratteri arcaici, mentre in patria questi si sono radicalmente modificati. Tale peculiarità del “melting-pot” ha avuto così l’effetto di creare nuclei antichi nel cuore dell’America moderna e in ambienti dove non ci si aspetterebbe affatto di trovarli, non tanto tra i nuovi arrivati provenienti dalla Russia o dalla Cina, quanto tra i loro cugini ben assimilati che vivono nei moderni quartieri delle classi medie. A volte, questo effetto è provocato volutamente, come nel caso dei popoli Amish della Pennsylvania, ma generalmente è casuale, come per il quartiere Williamsburg di Brooklyn, in cui si respira l’aria della vecchia Varsavia, o per la Little Italy di Manhattan, in cui aleggiano ancora gli odori della vecchia Napoli, o per i ristoranti di Detroit che ricreano la magica atmosfera di Canton o del Cairo quasi meglio di un viaggio.











