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A causa della sua posizione sull’Atlantico, il Portogallo ha imparato ad ascoltare il mare come se fosse un amico di vecchia data, un amico a cui confidarsi, un amico che ci risponde per simboli, certo che questi saranno perfettamente compresi, un amico che usa un linguaggio comprensibile solo da noi. Questo rapporto ... Continua a leggere
A causa della sua posizione sull’Atlantico, il Portogallo ha imparato ad ascoltare il mare come se fosse un amico di vecchia data, un amico a cui confidarsi, un amico che ci risponde per simboli, certo che questi saranno perfettamente compresi, un amico che usa un linguaggio comprensibile solo da noi. Questo rapporto ... Continua a leggere
Portogallo
A causa della sua posizione sull’Atlantico, il Portogallo ha imparato ad ascoltare il mare come se fosse un amico di vecchia data, un amico a cui confidarsi, un amico che ci risponde per simboli, certo che questi saranno perfettamente compresi, un amico che usa un linguaggio comprensibile solo da noi. Questo rapporto dura da anni, anche perché la vita del Portogallo si è sempre svolta intorno al mare. I Portoghesi sono un popolo di pescatori che vive in stretto contatto con le onde, le tempeste e le correnti oceaniche. Anche il clima risente dell’influenza del mare: la sua mitezza è dovuta ai venti provenienti dal mare ed al calore abbondante nel privilegiato Sud. L’atmosfera è costantemente piacevole, tipicamente mediterranea. Ai miti inverni segue l’alternarsi di sole e di pioggia, preludio di giorni più caldi, tipici di metà anno.
L’isolamento del Portogallo dal resto dell’Europa è sempre stato un fattore costante: gli altopiani della Castiglia e i Pirenei costituivano nel passato vere e proprie barriere insormontabili, non esistendo né strade né mezzi di trasporto. Data la sua posizione geografica, a sud-ovest dell’Europa, proprio sull’oceano, il Portogallo è un Paese dai paesaggi vari, con montagne e vallate a nord e nel centro, e pianure nelle latitudini più meridionali. L’intera costa è ricca di spiagge continue, piccole insenature in anfiteatri di rocce, o immense distese di fine sabbia bianca, resa ancora più candida dalla trasparenza delle acque oceaniche. A fatica, la memoria riesce a conservare una ricchezza di eventi così importanti. Il nome Portogallo quasi certamente deriva dal nome di una città situata sull’estuario del fiume Douro, un villaggio di strade e case abitate da generazioni di pescatori e di mercanti. I Romani la chiamarono Portus Calle; più tardi, divenne uno dei centri urbani più attivi della penisola. Oggi si chiama Oporto, ed è la seconda città del Paese; è bagnata dalle acque stanche del fiume che si snoda tra i pendii delle colline cariche di viti e di case appollaiate su declivi, sotto una volta di cielo imprevedibile.
Il Nord fu la culla del Paese: il principe di Borgogna, al quale fu affidata la Contea di Portucale, non esitò ad espandere i confini del proprio regno, allettato dal titolo di re. Il Portogallo – unito intorno al coraggio e al talento del suo primo re, Dom Afonso Henriques – divenne indipendente nel 1143, anche se gli eventi futuri dimostrarono la caducità di questo trionfo. Ma intanto aveva conquistato l’indipendenza dalla Castiglia. La situazione cambiò nel 1580 quando i legami di sangue reale permisero ad un monarca spagnolo di ascendere al trono lusitano. Questo re era Dom Felipe, il primo di tre omonimi che imposero ai Portoghesi le loro leggi, fino alla metà del XVII secolo. Ma, anche se l’indipendenza fu riconquistata nel 1640, il periodo precedente costituì un breve interregno nell’orgoglio nazionale, abbastanza importante però da essere incluso nelle pagine della storia e che contribuì ad inasprire ancora di più la natura, di per sé scettica, del popolo portoghese. Ovunque si possono ammirare luoghi risalenti ad ere lontane, quando i giorni scorrevano lentamente ed ogni stagione era un ciclo a sé stante. La tranquillità abituale viene interrotta, a volte, da giorni di festa quando lunghissime processioni seguono devotamente la statua del santo patrono posto su un piedistallo coperto di fiori; da feste religiose dove la varietà dei colori della processione gareggia con le tinte dei costumi regionali e della ceramica locale. È in questi momenti che la folla si riunisce per vivere ogni istante come se fosse l’ultimo, sapendo che dovrà passare un altro anno denso di avvenimenti prima che i festeggiamenti si ripetano.
Il rosso antico dei tetti si inchina davanti ai superbi campanili delle chiese; le piazze centrali accolgono, dopo che il sole nel suo splendore è tramontato sull’orizzonte, gruppetti di persone che chiacchierano. Ovunque castelli, pietre grigie metodicamente forgiate in forme di torri, di solidi baluardi, di fortificazioni intorno a villaggi, veri e propri musei viventi. Queste costruzioni sono pietre miliari nel cammino seguito dai re cristiani nelle loro battaglie contro gli Arabi, punti strategici echeggianti di racconti di principesse e di fate, luoghi che il mondo moderno non ha privato delle loro memorie belliche, nomi e località che tengono in vita un albero genealogico comune con radici che affondano fino al Nord Africa. Ma non è l’unica manifestazione di coraggio del tempo passato. Atti di sfida, non causati dalle sofferenze di guerra, ma dal dolore della separazione e della distanza: come nei tempi delle scoperte in mari lontani, a cominciare dalle isole atlantiche di Madeira, dalle Azzorre, di Capo Verde, e poi, di altri continenti.
Contatti che furono mantenuti attraverso i secoli, come se gli oceani fossero stati la causa di relazioni marittime precoci con regioni ogni volta più distanti. Le navi che salpavano da Lisbona alla fine del XV secolo sapevano, con certezza, solo che il mare custodiva segreti da svelare, che le onde provocate dalle cattive condizioni atmosferiche facevano emergere dagli abissi esseri maligni, che la fine del mondo si trovava da qualche parte al di là dell’orizzonte. Ma il tempo passato tra il mare e il cielo riservò ai marinai sorprese assai meno terribili. Addirittura prima della fine del secolo, Vasco de Gama circumnavigò il Capo di Buona Speranza, permettendo così ai Portoghesi di raggiungere le coste orientali dell’Africa e quindi dell’India. Nel 1500 vennero esplorate diverse rotte, arrivando così alla scoperta del Brasile, cioè di un altro continente e quindi ad una nuova concezione della Terra. Episodi che rivivono nell’arte manuelina, in ogni monumento eretto in quel periodo, e glorificati nelle ispirate forme epiche dei “Lusiadi” di Camões, un lungo poema che rende in modo ammirabile il saudosismo, il desiderio nostalgico innato dell’indole portoghese, fede, forza motrice di ogni azione, il passato che supera ciò che il futuro potrebbe riservare. Tante cose sono accadute da allora, si sono susseguiti momenti di festa e di carestie, come quello vissuto a Lisbona nel periodo del grande terremoto del 1755, che fornì a Pombal l’opportunità di costruire una nuova città, salvando il Paese dalla decadenza economica. Ma la nazione doveva essere sottoposta ad ulteriori sofferenze, alle soglie del nuovo secolo. Il Portogallo fu invaso dagli eserciti napoleonici, che generarono anni di profonda disperazione.
La rivoluzione del 1910 aprì la strada verso la Repubblica, mentre la famiglia reale e l’aristocrazia partivano in esilio verso la Gran Bretagna. Seguirono anni di governi instabili a cui fu posto fine con il colpo di stato del 1926, con il quale si sarebbero dovute salvare l’economia e le istituzioni politiche ma che in realtà isolò il Portogallo dall’Europa e dal resto del mondo. Grazie agli eventi iniziati nell’aprile del 1974, fu restaurata la democrazia pluralista, dopo decadi di isolamento obbligatorio e di fierezza assurda a cui il popolo portoghese fu costretto ad assoggettarsi.
Eventi che provarono, uno ad uno, la forza di carattere della nazione. Sorprendentemente questo regime politico e sociale sembra non aver influito sul carattere dei Portoghesi, sulla sua natura di melanconia e passione, di occhi rivolti verso il basso e di cuore aperto, di lacrime di gioia e di dolore versate per il triste lamento del fado. Come se questi aspetti, i più genuini del carattere portoghese, dopo tutto questo venissero nascosti nei recessi più profondi dell’anima, irraggiungibili dalla realtà esterna.
A causa della sua posizione sull’Atlantico, il Portogallo ha imparato ad ascoltare il mare come se fosse un amico di vecchia data, un amico a cui confidarsi, un amico che ci risponde per simboli, certo che questi saranno perfettamente compresi, un amico che usa un linguaggio comprensibile solo da noi. Questo rapporto dura da anni, anche perché la vita del Portogallo si è sempre svolta intorno al mare. I Portoghesi sono un popolo di pescatori che vive in stretto contatto con le onde, le tempeste e le correnti oceaniche. Anche il clima risente dell’influenza del mare: la sua mitezza è dovuta ai venti provenienti dal mare ed al calore abbondante nel privilegiato Sud. L’atmosfera è costantemente piacevole, tipicamente mediterranea. Ai miti inverni segue l’alternarsi di sole e di pioggia, preludio di giorni più caldi, tipici di metà anno.
L’isolamento del Portogallo dal resto dell’Europa è sempre stato un fattore costante: gli altopiani della Castiglia e i Pirenei costituivano nel passato vere e proprie barriere insormontabili, non esistendo né strade né mezzi di trasporto. Data la sua posizione geografica, a sud-ovest dell’Europa, proprio sull’oceano, il Portogallo è un Paese dai paesaggi vari, con montagne e vallate a nord e nel centro, e pianure nelle latitudini più meridionali. L’intera costa è ricca di spiagge continue, piccole insenature in anfiteatri di rocce, o immense distese di fine sabbia bianca, resa ancora più candida dalla trasparenza delle acque oceaniche. A fatica, la memoria riesce a conservare una ricchezza di eventi così importanti. Il nome Portogallo quasi certamente deriva dal nome di una città situata sull’estuario del fiume Douro, un villaggio di strade e case abitate da generazioni di pescatori e di mercanti. I Romani la chiamarono Portus Calle; più tardi, divenne uno dei centri urbani più attivi della penisola. Oggi si chiama Oporto, ed è la seconda città del Paese; è bagnata dalle acque stanche del fiume che si snoda tra i pendii delle colline cariche di viti e di case appollaiate su declivi, sotto una volta di cielo imprevedibile.
Il Nord fu la culla del Paese: il principe di Borgogna, al quale fu affidata la Contea di Portucale, non esitò ad espandere i confini del proprio regno, allettato dal titolo di re. Il Portogallo – unito intorno al coraggio e al talento del suo primo re, Dom Afonso Henriques – divenne indipendente nel 1143, anche se gli eventi futuri dimostrarono la caducità di questo trionfo. Ma intanto aveva conquistato l’indipendenza dalla Castiglia. La situazione cambiò nel 1580 quando i legami di sangue reale permisero ad un monarca spagnolo di ascendere al trono lusitano. Questo re era Dom Felipe, il primo di tre omonimi che imposero ai Portoghesi le loro leggi, fino alla metà del XVII secolo. Ma, anche se l’indipendenza fu riconquistata nel 1640, il periodo precedente costituì un breve interregno nell’orgoglio nazionale, abbastanza importante però da essere incluso nelle pagine della storia e che contribuì ad inasprire ancora di più la natura, di per sé scettica, del popolo portoghese. Ovunque si possono ammirare luoghi risalenti ad ere lontane, quando i giorni scorrevano lentamente ed ogni stagione era un ciclo a sé stante. La tranquillità abituale viene interrotta, a volte, da giorni di festa quando lunghissime processioni seguono devotamente la statua del santo patrono posto su un piedistallo coperto di fiori; da feste religiose dove la varietà dei colori della processione gareggia con le tinte dei costumi regionali e della ceramica locale. È in questi momenti che la folla si riunisce per vivere ogni istante come se fosse l’ultimo, sapendo che dovrà passare un altro anno denso di avvenimenti prima che i festeggiamenti si ripetano.
Il rosso antico dei tetti si inchina davanti ai superbi campanili delle chiese; le piazze centrali accolgono, dopo che il sole nel suo splendore è tramontato sull’orizzonte, gruppetti di persone che chiacchierano. Ovunque castelli, pietre grigie metodicamente forgiate in forme di torri, di solidi baluardi, di fortificazioni intorno a villaggi, veri e propri musei viventi. Queste costruzioni sono pietre miliari nel cammino seguito dai re cristiani nelle loro battaglie contro gli Arabi, punti strategici echeggianti di racconti di principesse e di fate, luoghi che il mondo moderno non ha privato delle loro memorie belliche, nomi e località che tengono in vita un albero genealogico comune con radici che affondano fino al Nord Africa. Ma non è l’unica manifestazione di coraggio del tempo passato. Atti di sfida, non causati dalle sofferenze di guerra, ma dal dolore della separazione e della distanza: come nei tempi delle scoperte in mari lontani, a cominciare dalle isole atlantiche di Madeira, dalle Azzorre, di Capo Verde, e poi, di altri continenti.
Contatti che furono mantenuti attraverso i secoli, come se gli oceani fossero stati la causa di relazioni marittime precoci con regioni ogni volta più distanti. Le navi che salpavano da Lisbona alla fine del XV secolo sapevano, con certezza, solo che il mare custodiva segreti da svelare, che le onde provocate dalle cattive condizioni atmosferiche facevano emergere dagli abissi esseri maligni, che la fine del mondo si trovava da qualche parte al di là dell’orizzonte. Ma il tempo passato tra il mare e il cielo riservò ai marinai sorprese assai meno terribili. Addirittura prima della fine del secolo, Vasco de Gama circumnavigò il Capo di Buona Speranza, permettendo così ai Portoghesi di raggiungere le coste orientali dell’Africa e quindi dell’India. Nel 1500 vennero esplorate diverse rotte, arrivando così alla scoperta del Brasile, cioè di un altro continente e quindi ad una nuova concezione della Terra. Episodi che rivivono nell’arte manuelina, in ogni monumento eretto in quel periodo, e glorificati nelle ispirate forme epiche dei “Lusiadi” di Camões, un lungo poema che rende in modo ammirabile il saudosismo, il desiderio nostalgico innato dell’indole portoghese, fede, forza motrice di ogni azione, il passato che supera ciò che il futuro potrebbe riservare. Tante cose sono accadute da allora, si sono susseguiti momenti di festa e di carestie, come quello vissuto a Lisbona nel periodo del grande terremoto del 1755, che fornì a Pombal l’opportunità di costruire una nuova città, salvando il Paese dalla decadenza economica. Ma la nazione doveva essere sottoposta ad ulteriori sofferenze, alle soglie del nuovo secolo. Il Portogallo fu invaso dagli eserciti napoleonici, che generarono anni di profonda disperazione.
La rivoluzione del 1910 aprì la strada verso la Repubblica, mentre la famiglia reale e l’aristocrazia partivano in esilio verso la Gran Bretagna. Seguirono anni di governi instabili a cui fu posto fine con il colpo di stato del 1926, con il quale si sarebbero dovute salvare l’economia e le istituzioni politiche ma che in realtà isolò il Portogallo dall’Europa e dal resto del mondo. Grazie agli eventi iniziati nell’aprile del 1974, fu restaurata la democrazia pluralista, dopo decadi di isolamento obbligatorio e di fierezza assurda a cui il popolo portoghese fu costretto ad assoggettarsi.
Eventi che provarono, uno ad uno, la forza di carattere della nazione. Sorprendentemente questo regime politico e sociale sembra non aver influito sul carattere dei Portoghesi, sulla sua natura di melanconia e passione, di occhi rivolti verso il basso e di cuore aperto, di lacrime di gioia e di dolore versate per il triste lamento del fado. Come se questi aspetti, i più genuini del carattere portoghese, dopo tutto questo venissero nascosti nei recessi più profondi dell’anima, irraggiungibili dalla realtà esterna.















