Maldive
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Maldive: guida di viaggio
Maldive
Il solo termine “Maldive” appare oggi in grado di evocare l’immagine di un ambiente insulare straordinariamente suggestivo e incontaminato ed è perciò divenuto sinonimo di un ideale di vacanza da sogno, fuori da qualsiasi condizionamento e stress prodotti dai ritmi convulsi della civiltà moderna. In effetti tale fama appare pienamente giustificata anche da una semplice occhiata agli opuscoli delle agenzie di viaggio e trova puntuale conferma soprattutto nei filmati e nei resoconti di quei fortunati che hanno potuto concedersi una simile vacanza. Trattandosi di isole, e per di più tropicali, l’idea delle Maldive che viene comunque alla mente, anche senza l’aiuto di immagini documentarie, è ormai quella di grandi spiagge di sabbia bianca orlate di palme slanciate ed altissime, che si specchiano in acque straordinariamente calde, limpide e tranquille: l’azzurro cristallino del mare si confonde all’orizzonte con quello ceruleo del cielo, mentre alla scarsa presenza umana sulla linea di riva (in aperto contrasto con l’opprimente sovraffollamento delle nostre riviere) si contrappone una vera e propria esplosione di colori e di presenze vegetali ed animali sui fondali marini, popolati da una fantasmagoria di alghe, coralli, molluschi ed altre forme di vita acquatica. A differenza di altri itinerari, sia ideali che turistici, che nella realtà si rivelano ingannevoli e fallaci, le Maldive non deludono le aspettative dei visitatori e sembrano rispondere in pieno al quadro apparentemente fantastico ed idilliaco delineato in precedenza.
Ancor più di quanto si possa immaginare, il carattere dominante del paesaggio resta la presenza costante del mare, e ciò soprattutto in virtù della piccola dimensione delle isole dell’arcipelago: nessuna località delle Maldive dista infatti più di qualche chilometro dal mare, anche in quelle che possono essere considerate le isole maggiori. A ciò si aggiunga che in quell’universo di scogli, bassifondi e piccole isole che costituiscono i diversi atolli non compaiono mai rilievi collinari o altri tipi di morfologia altimetrica che possano in qualche modo limitarne la vista.
La storia
L’importanza del mare traspare del resto anche da uno sguardo superficiale alla carta geografica, o meglio ancora al planisfero: le Maldive si localizzano infatti nella parte centrale dell’Oceano Indiano e distano alcune centinaia di chilometri dallo Stato costiero più vicino (l’India): nella grande suddivisione fra isole continentali ed isole oceaniche possono perciò essere collocate a buon diritto all’interno di questa seconda categoria. Nonostante che il carattere dell’insularità sia dunque largamente dominante, le Maldive non hanno quasi mai risentito di un eccessivo isolamento, in quanto localizzate lungo le principali rotte di traffico fra l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente da un lato, il subcontinente indiano, l’Estremo Oriente e l’Australia dall’altro. Non a caso esistono testimonianze del loro popolame... Continua a leggere
Il solo termine “Maldive” appare oggi in grado di evocare l’immagine di un ambiente insulare straordinariamente suggestivo e incontaminato ed è perciò divenuto sinonimo di un ideale di vacanza da sogno, fuori da qualsiasi condizionamento e stress prodotti dai ritmi convulsi della civiltà moderna. In effetti tale fama appare pienamente giustificata anche da una semplice occhiata agli opuscoli delle agenzie di viaggio e trova puntuale conferma soprattutto nei filmati e nei resoconti di quei fortunati che hanno potuto concedersi una simile vacanza. Trattandosi di isole, e per di più tropicali, l’idea delle Maldive che viene comunque alla mente, anche senza l’aiuto di immagini documentarie, è ormai quella di grandi spiagge di sabbia bianca orlate di palme slanciate ed altissime, che si specchiano in acque straordinariamente calde, limpide e tranquille: l’azzurro cristallino del mare si confonde all’orizzonte con quello ceruleo del cielo, mentre alla scarsa presenza umana sulla linea di riva (in aperto contrasto con l’opprimente sovraffollamento delle nostre riviere) si contrappone una vera e propria esplosione di colori e di presenze vegetali ed animali sui fondali marini, popolati da una fantasmagoria di alghe, coralli, molluschi ed altre forme di vita acquatica. A differenza di altri itinerari, sia ideali che turistici, che nella realtà si rivelano ingannevoli e fallaci, le Maldive non deludono le aspettative dei visitatori e sembrano rispondere in pieno al quadro apparentemente fantastico ed idilliaco delineato in precedenza.
Ancor più di quanto si possa immaginare, il carattere dominante del paesaggio resta la presenza costante del mare, e ciò soprattutto in virtù della piccola dimensione delle isole dell’arcipelago: nessuna località delle Maldive dista infatti più di qualche chilometro dal mare, anche in quelle che possono essere considerate le isole maggiori. A ciò si aggiunga che in quell’universo di scogli, bassifondi e piccole isole che costituiscono i diversi atolli non compaiono mai rilievi collinari o altri tipi di morfologia altimetrica che possano in qualche modo limitarne la vista.
La storia
L’importanza del mare traspare del resto anche da uno sguardo superficiale alla carta geografica, o meglio ancora al planisfero: le Maldive si localizzano infatti nella parte centrale dell’Oceano Indiano e distano alcune centinaia di chilometri dallo Stato costiero più vicino (l’India): nella grande suddivisione fra isole continentali ed isole oceaniche possono perciò essere collocate a buon diritto all’interno di questa seconda categoria. Nonostante che il carattere dell’insularità sia dunque largamente dominante, le Maldive non hanno quasi mai risentito di un eccessivo isolamento, in quanto localizzate lungo le principali rotte di traffico fra l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente da un lato, il subcontinente indiano, l’Estremo Oriente e l’Australia dall’altro. Non a caso esistono testimonianze del loro popolame... Continua a leggere
Maldive
Il solo termine “Maldive” appare oggi in grado di evocare l’immagine di un ambiente insulare straordinariamente suggestivo e incontaminato ed è perciò divenuto sinonimo di un ideale di vacanza da sogno, fuori da qualsiasi condizionamento e stress prodotti dai ritmi convulsi della civiltà moderna. In effetti tale fama appare pienamente giustificata anche da una semplice occhiata agli opuscoli delle agenzie di viaggio e trova puntuale conferma soprattutto nei filmati e nei resoconti di quei fortunati che hanno potuto concedersi una simile vacanza. Trattandosi di isole, e per di più tropicali, l’idea delle Maldive che viene comunque alla mente, anche senza l’aiuto di immagini documentarie, è ormai quella di grandi spiagge di sabbia bianca orlate di palme slanciate ed altissime, che si specchiano in acque straordinariamente calde, limpide e tranquille: l’azzurro cristallino del mare si confonde all’orizzonte con quello ceruleo del cielo, mentre alla scarsa presenza umana sulla linea di riva (in aperto contrasto con l’opprimente sovraffollamento delle nostre riviere) si contrappone una vera e propria esplosione di colori e di presenze vegetali ed animali sui fondali marini, popolati da una fantasmagoria di alghe, coralli, molluschi ed altre forme di vita acquatica. A differenza di altri itinerari, sia ideali che turistici, che nella realtà si rivelano ingannevoli e fallaci, le Maldive non deludono le aspettative dei visitatori e sembrano rispondere in pieno al quadro apparentemente fantastico ed idilliaco delineato in precedenza.
Ancor più di quanto si possa immaginare, il carattere dominante del paesaggio resta la presenza costante del mare, e ciò soprattutto in virtù della piccola dimensione delle isole dell’arcipelago: nessuna località delle Maldive dista infatti più di qualche chilometro dal mare, anche in quelle che possono essere considerate le isole maggiori. A ciò si aggiunga che in quell’universo di scogli, bassifondi e piccole isole che costituiscono i diversi atolli non compaiono mai rilievi collinari o altri tipi di morfologia altimetrica che possano in qualche modo limitarne la vista.
La storia
L’importanza del mare traspare del resto anche da uno sguardo superficiale alla carta geografica, o meglio ancora al planisfero: le Maldive si localizzano infatti nella parte centrale dell’Oceano Indiano e distano alcune centinaia di chilometri dallo Stato costiero più vicino (l’India): nella grande suddivisione fra isole continentali ed isole oceaniche possono perciò essere collocate a buon diritto all’interno di questa seconda categoria. Nonostante che il carattere dell’insularità sia dunque largamente dominante, le Maldive non hanno quasi mai risentito di un eccessivo isolamento, in quanto localizzate lungo le principali rotte di traffico fra l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente da un lato, il subcontinente indiano, l’Estremo Oriente e l’Australia dall’altro. Non a caso esistono testimonianze del loro popolamento risalenti già al IV-V secolo a.C.: ma varie leggende e teorie scientifiche, in parte suffragate da reperti archeologici, avanzano ipotesi sulla presenza di abitanti almeno un millennio prima. Testimonianze scritte, e quindi sicuramente attendibili, relative alla conoscenza delle isole si riscontrano comunque già nel IV secolo d.C. ad opera di Pappo d’ Alessandria e Scolastico di Tebe e nel VI secolo d.C. ad opera dell’altro alessandrino, Cosma Indicopleuste.
I primi colonizzatori delle isole provenivano quasi di sicuro dall’attuale Sri Lanka o dall’India meridionale ed erano probabilmente di ceppo ariano: di tale razza era anche il mitico Koimala, che sbarcato nelle isole, fu proclamato re dagli indigeni. Fin da epoche assai remote la loro religione era buddista, come confermano vari resti di templi e pagode, per esempio quelli dell’atollo di Ari. Al 1153 risale comunque la conversione alla religione islamica per opera di uno dei tanti mercanti arabi, che percorrevano le rotte fra il Levante e l’India: il berbero Abu-al-Bakarat. Questi osò sfidare uno dei terribili demoni marini idolatrati nelle isole (Jinis), impedendo con la preghiera il sacrificio di una vergine che doveva servire a placare le ire del mostro. L’intera popolazione, entusiasta del gesto, si convertì allora all’Islamismo ed il suo capo divenne il primo sultano delle Maldive. La modesta tomba del mercante arabo (Medu Ziyaarath), all’interno del giardino presidenziale di Malé, è tuttora luogo sacro.
Tre grandi dinastie si susseguirono sul trono dell’arcipelago fino all’arrivo dei portoghesi, che nel 1558 riuscirono a conquistare le isole sotto la guida del capitano Andreas Andre (in maldiviano Andhiri Andhirin) e ad uccidere il sultano Alì il Martire. L’occupazione portoghese, particolarmente dura e violenta, portò a vari tentativi di ribellione, che ebbero finalmente esito positivo grazie alle eroiche imprese dei tre fratelli Thakurufaan: mentre il maggiore veniva catturato e giustiziato, gli altri due attuarono una sorta di guerriglia che costrinse alla resa gli invasori, permettendo l’incoronazione a sultano di Mohammed Thakurufaan. Le Maldive continuarono tuttavia ad essere nelle mire delle potenze straniere: dopo nuovi tentativi di sbarco dei portoghesi, le isole vennero a più riprese saccheggiate dai pirati Moplas, che avevano le loro basi sulle coste indiane del Malabar. L’eroismo di alcuni capi (fra i quali spiccano Ibrahim Iskandar I, costruttore di vari minareti e della moschea di Malé, e Ghazee Hassan Izzuddeen) riuscì a ricacciare gli invasori, ma alla fine i sultani dell’arcipelago ritennero saggio porsi sotto la protezione dei francesi prima, degli olandesi di Ceylon poi, e degli inglesi dopo la loro presa di possesso della grande isola vicina: già nel 1887 e poi nel 1948, gli inglesi riconobbero comunque la piena indipendenza delle Maldive, pur accollandosi l’onere della loro difesa in cambio di sostanziali benefici economici e della concessione di una base aeronavale nell’isola di Addu. In epoca contemporanea gli eventi storici più significativi per le isole sono stati l’accordo con la Gran Bretagna per la totale indipendenza (firmato nel 1965), l’ammissione alle Nazioni Unite dopo qualche mese, la trasformazione del sultanato in repubblica presidenziale (1968) e la fine della presenza inglese nella base aeronavale di Gan (1976).
Attualmente le Maldive sono dunque una repubblica presidenziale dotata di un Parlamento con poteri legislativi (Majlis), che dura in carica cinque anni e viene eletto su base territoriale dai 20 atolli che costituiscono le unità amministrative di base. La popolazione ammonta a circa 270.000 abitanti, un quarto dei quali risiede nella capitale Malé. Essi sono in larga misura di origine singalese, ma i loro primitivi caratteri somatici si sono notevolmente sfumati durante secoli di contatti col mondo arabo ed africano: la loro principale caratteristica è la statura piuttosto bassa, che permette di distinguerli agevolmente dagli indiani di recente immigrazione.
Sotto il profilo psicologico e sociologico, essi denotano un’indole molto semplice e pacifica, ed in genere appaiono dotati di notevole buonumore e di scarsa aggressività. Con un pizzico di ironia e di malizia, questa naturale predisposizione all’ottimismo e all’allegria può forse essere spiegata almeno in parte con un semplice fatto di costume assai diffuso nelle Maldive: quello di interrompere legalmente e con grande facilità i rapporti coniugali che non funzionano, ponendo così fine a molti motivi di lite e di preoccupazione. Data l’estrema semplicità dell’azione legale (basta dire tre volte in rapida successione “io divorzio da te” dinanzi al pubblico ufficiale, detto gazi, che stilerà il documento), la frequenza dei divorzi è davvero impressionante, tanto che qualcuno giunge a compiere tale atto fino a venti volte nella vita.
A dispetto di ciò il carattere degli isolani risulta in fin dei conti particolarmente romantico, come testimonia il grande amore per la musica e la poesia, che si estrinseca in particolare attraverso cori, danze, ballate, versi e prose: tali manifestazioni artistiche e poetiche tendono ad esaltare soprattutto l’amore verso la natura e la sua profonda armonia, e trovano efficace strumento di espressione anche nel notevole livello di elaborazione raggiunto dal linguaggio scritto e da quello parlato. La lingua parlata (Dhivehi) deriva infatti dall’aggregazione di termini arabi, indiani ed inglesi al primitivo linguaggio sinhala (singalese) ed ha perciò un vocabolario assai ricco ed espressivo. La lingua scritta (Tana) fu introdotta nel XVI secolo dal mitico eroe Thakurufaan e comprende 24 lettere, che sono graficamente simili a quelle dell’alfabeto arabo e di quello persiano, ma che sono tutto sommato più semplici: la sua evidente origine araba traspare chiaramente anche dal fatto che la lettura avviene da destra verso sinistra.
La natura
Dal precedente breve resoconto storico, ed in particolare dalle vicende belliche, emerge chiaramente l’importantissimo ruolo strategico delle Maldive: in tempi recenti esse sono state addirittura definite “la portaerei dell’Oceano Indiano” ed hanno suscitato gli appetiti delle maggiori potenze mondiali (Gran Bretagna, Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina). Da questo punto di vista la loro capacità di mantenere una relativa autonomia politica e amministrativa appare davvero straordinaria, se si considera l’enorme dispersione dell’arcipelago ed il numero eccezionale delle isole che lo compongono: si parla infatti di 1192 isole ufficialmente riconosciute (di cui poco più di 200 abitate in permanenza), ma il loro numero sale ad oltre duemila se si considerano anche gli scogli minori. La dimensione delle isole è infatti generalmente molto piccola e ciò traspare anche dalla superficie complessiva dell’intero arcipelago: appena 298 kmq di territorio, più o meno la superficie dell’Arcipelago Toscano.
Questa miriade di scogli e di isolette è inoltre distribuita su un’area estremamente vasta (quasi 90.000 kmq), che si estende per più di 800 chilometri nel senso della latitudine e di 130 in quello della longitudine, dando luogo ad un lungo asse insulare disposto in senso nord-sud: lo stesso termine “Maldive”, per quanto di controversa interpretazione, sembra riconducibile proprio alla disposizione morfologica dell’arcipelago o all’elevatissimo numero di isole che lo compongono, derivando dal sanscrito malodheep (ghirlanda) o mal dvipa (mille isole).
Sia la singolare collocazione delle isole che il loro numero davvero straordinario sono direttamente riferibili all’origine stessa dell’arcipelago, in larga misura connessa con l’azione dei polipi coralliferi. Si tratta infatti di veri e propri banchi e scogliere coralline che si sono sviluppati per lo più con la caratteristica struttura ad atollo: anche questo termine, che come è noto indica una tipica disposizione ad anello della linea di costa, deriva non a caso da un vocabolo di origine maldiviana (atholhu). Nelle Maldive quasi tutte le terre emerse sono infatti disposte a ghirlanda nei 26 atolli principali che compongono l’arcipelago e delimitano bacini interni dalle acque straordinariamente calme, trasparenti e cristalline: la temperatura dell’acqua, generalmente superiore a quella dell’oceano circostante (grazie al forte irraggiamento solare sui bassi fondali delle lagune), favorisce la presenza di una flora e di una fauna subacquea prorompente e lussureggiante.
Sull’origine degli atolli molto è stato scritto, ma la teoria più accreditata resta quella del grande naturalista e geografo Charles Darwin, il quale intuì che la disposizione anulare dei banchi madreporici era probabilmente imputabile alla graduale sommersione di un’isola preesistente, spesso di origine vulcanica, per sprofondamento della stessa o per l’innalzamento del livello marino dovuto all’attuale fase interglaciale: lo sviluppo delle colonie coralligene può infatti avvenire soltanto alle basse profondità, dove maggiore è la presenza di ossigeno disciolto e di luce solare, per cui i polipi sono costretti ad innalzare progressivamente le proprie costruzioni lungo il vecchio perimetro dell’isola sommersa.
Contrariamente a quello che si crede, tuttavia, le colonie di polipi forniscono solo l’intelaiatura delle barriere coralline, mentre gran parte del calcare organogeno che le compone (circa il 90%) deriva da altri organismi marini che trovano asilo negli anfratti della scogliera, come alghe e molluschi. I movimenti del mare ed il vento possono poi depositare grandi quantità di detriti sui banchi madreporici sommersi fino alla loro completa emersione e allo sviluppo della vegetazione pioniera superficiale. Tali sabbie, anch’esse di origine organica, sono generalmente di colore bianchissimo e vanno a disporsi anche lungo i bordi delle lagune, dando luogo alle magnifiche spiagge che caratterizzano le isole madreporiche. In molti casi l’anello calcareo che forma l’atollo presenta delle interruzioni che rendono ancora più suggestivo l’ambiente costiero e consentono l’accesso alle lagune interne da parte di imbarcazioni e pesci d’alto mare.
Proprio per questa particolare origine morfologica, per la mancanza di rilievi che le riparino dai venti e per la posizione al centro dell’oceano aperto, le Maldive sembrerebbero particolarmente esposte al rischio di uragani e cicloni, frequenti in altre aree subequatoriali e tropicali.
Tale rischio è tuttavia solo apparente, in quanto il clima appare condizionato dalla presenza dei venti monsonici che spirano periodicamente da o verso il continente: in inverno prevale il monsone di terra, asciutto e relativamente fresco, che proviene da nord-est e porta tempo sereno da dicembre ad aprile; in estate compare invece il monsone di mare che, carico di umidità derivante dall’ evaporazione dell’oceano, spira da sud-ovest ed apporta tempo piovoso e perturbato da maggio ad ottobre. L’assenza di rilievi, che potrebbero costringere le masse nuvolose in transito verso il subcontinente indiano a sollevarsi e a scaricare repentinamente il loro contenuto di acqua, limita comunque la quantità (circa 2000 mm di pioggia l’anno) e soprattutto l’intensità delle precipitazioni; per questo motivo anche nel periodo più umido le piogge non si manifestano con la devastante violenza con cui sono solite colpire le non lontane coste del Bengala, del Malabar e del Coromandel. Le mareggiate, che possono verificarsi soprattutto durante il cambio di stagione legato all’inversione del monsone, sono inoltre mantenute sotto controllo dalla naturale difesa costituita dalle barriere coralline, che limitano la forza delle onde nelle lagune interne.
In linea di massima comunque il clima delle Maldive può essere definito caldo-umido, con temperature dell’aria che oscillano in media fra i 26 ed i 33°C: la calura viene tuttavia mitigata dalla presenza di leggere e costanti brezze marine che rendono perciò estremamente favorevole il soggiorno a scopo turistico. Altrettanto si può dire per quanto riguarda l’acqua di mare che, ai già decantati pregi di trasparenza, limpidezza e colore, unisce una temperatura che non scende mai sotto i 24°C e consente perciò la presenza di una ricchissima vita subacquea.
Nonostante le temperature dell’aria e dell’acqua, che permangono abbastanza elevate durante l’intero arco dell’anno, le isole coralline che compongono l’arcipelago delle Maldive presentano solo a tratti una vegetazione lussureggiante: la scarsità di suolo vegetale e la carenza di acque dolci superficiali (fiumi e laghi) e sotterranee (sorgenti), connesse con la piccola dimensione (la maggior parte delle isole misura meno di un chilometro quadrato di superficie) e con la natura stessa dei banchi corallini delle isole, limitano fortemente la crescita di piante particolarmente appariscenti, ove si escludano le magnifiche palme da cocco che orlano le lagune, alcune aree di foresta pluviale (dalle quali si ricava legname pregiato) e di mangrovie.
L’economia
Le stesse superfici coltivate non sono molto estese, tanto che non riescono a coprire neppure le necessità alimentari degli abitanti: per questo motivo, e per sopperire anche alla forte richiesta di derrate connessa con lo sviluppo turistico, grandi quantità di prodotti agricoli, in special modo riso, vengono importati dall’estero. Ciononostante ogni isola abitata in permanenza possiede ovviamente delle piccole piantagioni per il sostentamento della popolazione locale, all’interno delle quali si coltivano cereali (soprattutto miglio, mais e sorgo), piante da tubero (manioca, taro, batata) e da fecola (albero del pane), ortaggi (soprattutto cipolle e peperoni) e frutta (banana, mango, papaya, ananas ed altri tipici frutti tropicali destinati prevalentemente alla tavola dei turisti). Ma la principale risorsa agricola delle Maldive resta ancora adesso la palma da cocco, probabilmente originaria proprio di queste isole, che cresce anche spontanea grazie alla semplice caduta al suolo dei frutti dalle piante madri: non è un caso che l’albero del cocco compaia addirittura nello stemma nazionale delle Maldive e che esso venga esplicitamente definito “Dhivehi ruh”, vale a dire la palma delle Maldive. L’importanza economica e culturale del cocco va del resto ben oltre la semplice produzione di frutti (che comunque vengono anche esportati), ma caratterizza da vicino il tradizionale e particolare genere di vita degli isolani: in altre parole per gli abitanti delle Maldive la palma da cocco ha un’importanza paragonabile a quella del bisonte per i pellerossa delle Grandi Pianure americane o della renna per i lapponi. Essa fornisce infatti parte del cibo, l’olio e la copra, il legno per le abitazioni e le imbarcazioni, le foglie per la realizzazione di stuoie e coperture vegetali, le fibre per corde e tessuti e perfino una bevanda non-alcolica, il “toddy”: non per niente il canone d’affitto di un’isola viene tuttora stabilito sulla base del numero di palme presenti sulla sua superficie.
Ma l’attività economica principale per le Maldive è stata per secoli la pesca, solo di recente insidiata dallo sviluppo del turismo. L’Oceano Indiano nel suo complesso ospita oltre 700 specie di pesce e la maggior parte di esse è presente nelle acque delle Maldive, che possono pertanto essere assimilate ad un vero e proprio acquario naturale: migliaia di organismi marini dagli straordinari colori, di ogni forma e dimensione, popolano i bassi fondali dell’arcipelago, dando l’impressione di un vero e proprio paradiso sommerso.
Una simile abbondanza di pesce, favorita dalla presenza di acque relativamente calde, poco profonde e ben ossigenate dalle correnti, è stata per secoli sfruttata al meglio dagli abitanti, che hanno impostato la propria economia ed il proprio genere di vita sulla pesca. Ancora adesso oltre un quinto della manodopera isolana risulta occupato nel settore peschereccio e da esso si ricava un sesto dell’intero prodotto lordo nazionale. Già nel remoto passato il pescato veniva del resto esportato sulle coste dell’India e dell’attuale Sri Lanka, dopo essere stato affumicato o essiccato al sole, col nome appunto di “pesce delle Maldive”. Le battute di pesca vengono ancora oggi eseguite in larga misura con le classiche imbarcazioni scavate nel legno di cocco, dette “dhoni”, che portano 8-10 pescatori guidati da un capobarca (keolu). Proprio per questo, soprattutto all’alba e al tramonto, il mare delle Maldive appare frequentato da decine di piccoli battelli a vela o a remi che contribuiscono a rendere ancora più suggestivi i panorami costieri. Tuttora le tecniche di pesca più usate restano infatti quelle tradizionali (lenza e piccole reti), anche se il governo sta cercando di modernizzare sia i sistemi di produzione che i mezzi impiegati. Per evitare la concorrenza degli Stati vicini e di quelli tecnologicamente più avanzati (soprattutto il Giappone), le acque territoriali sono state estese con provvedimento unilaterale a 200 miglia dalla costa: questa drastica misura di salvaguardia del grande patrimonio ittico e dei banchi di pesca dell’arcipelago è stata comunque accompagnata dalla realizzazione di moderni impianti per la conservazione del pesce, che viene oggi esportato soprattutto salato, congelato e scatolato verso i paesi dell’Estremo Oriente (Giappone, Corea, Singapore) e verso l’Europa. Le catture più numerose ed importanti sotto il profilo economico riguardano gli sgombri e soprattutto il “bonito”, una specie di piccolo tonno che, una volta affumicato e salato, costituisce non solo un cibo nutriente e gustoso, ma secondo gli isolani possiede anche grandi poteri corroboranti e stimolanti, al punto da infondere un eccezionale vigore fisico a chi lo consuma.
Il mare delle Maldive ha comunque fornito almeno fino al Cinquecento un’altra risorsa fondamentale sotto il profilo economico, e cioè le conchiglie della varietà Cyprea moneta che, per la loro bellezza e come dice il nome stesso, hanno rappresentato per secoli la principale valuta di scambio lungo le coste asiatiche e africane dell’Oceano Indiano: da tempo la divisa ufficiale dello Stato è divenuta la rupia, ma le conchiglie che hanno fatto conoscere le Maldive come le antiche “isole del denaro” vengono ancora raccolte dalle indigene per confezionare monili e souvenir.
Per quanto riguarda le altre attività economiche, vale la pena notare come all’interno del settore secondario le industrie di tipo moderno abbiano in qualche caso preso il posto del vecchio artigianato tradizionale, per esempio nel campo della costruzione di imbarcazioni da diporto in fibra di vetro e in quello della conservazione del pesce: permangono altresì numerose forme di lavorazione artigianale, come la produzione di cordami, oggetti ed utensili in legno e metallo, barche da pesca in legno di cocco e perfino la costruzione delle stesse abitazioni, realizzate in legno di palma su fondamenta di calcare in blocchi estratti a colpi d’ascia dalle scogliere coralline. L’artigianato tipico locale, nel quale operano soprattutto le donne, appare in larga misura destinato all’uso e al consumo dei turisti e consta soprattutto di monili in corallo, madreperla e conchiglie, lavori in legno laccato, tappeti e stuoie in fibra di cocco, ricami ed arabeschi.
La principale fonte di reddito è attualmente il turismo, che può fare affidamento su un flusso annuo di circa 200.000 visitatori, in larghissima parte ospitati in una settantina di strutture alberghiere sparse sulle principali isole: per impedire un eccessivo impatto ambientale e per limitare la diffusione di impianti troppo moderni ed esclusivi (club privati, residence), il governo ha comunque imposto tasse severissime sulla loro realizzazione nelle isole non abitate in permanenza. Vale la pena notare come la scoperta e la valorizzazione turistica dei tesori naturalistici delle Maldive sia in larga misura opera italiana: ancora adesso i turisti italiani sono un quinto del totale, preceduti soltanto dai tedeschi (quasi un quarto), e quelli europei nel loro complesso sono comunque largamente predominanti.
Oltre che su un ambiente naturale di straordinaria bellezza e su una notevole catena di strutture ricettive di buon livello qualitativo, essi possono contare anche su un ricchissimo calendario di manifestazioni culturali e folcloristiche, che traggono origine in larga misura dalla tradizione islamica o da credenze tribali preesistenti di tipo animistico: è ad esempio tuttora particolarmente vivo il timore nei confronti di demoni e mostri, che vengono perciò esorcizzati da appositi stregoni (hakeem) mediante riti, antidoti e pozioni.
La società maldiviana è tuttavia assai permeata dalla cultura musulmana di tipo sunnita, fortemente presente nella scuola, nelle attività religiose e politiche e nelle pratiche di vita quotidiana: la stessa Costituzione definisce islamica la Repubblica delle Maldive e la bandiera nazionale presenta inequivocabilmente una mezza luna bianca in campo verde bordato di rosso. Proprio in quanto religione di Stato, l’Islamismo riveste dunque nelle Maldive un ruolo fondamentale e totalizzante, sia pure con atteggiamenti e caratteri particolarmente liberali e indirizzati verso la tolleranza: nessuno mette in discussione le preghiere quotidiane, le celebrazioni del Ramadan e la legge coranica, ma le donne sono ad esempio esentate dal portare il velo sul viso. Sotto il profilo strettamente folcloristico presentano comunque un fascino davvero straordinario per i turisti le danze popolari in costume, accompagnate da musica tradizionale eseguita soprattutto con strumenti a percussione, come nel “bodu beru”, nel “thaara”, nel “bandiyaa jehun” o nel “kadhaa maali”.
Il solo termine “Maldive” appare oggi in grado di evocare l’immagine di un ambiente insulare straordinariamente suggestivo e incontaminato ed è perciò divenuto sinonimo di un ideale di vacanza da sogno, fuori da qualsiasi condizionamento e stress prodotti dai ritmi convulsi della civiltà moderna. In effetti tale fama appare pienamente giustificata anche da una semplice occhiata agli opuscoli delle agenzie di viaggio e trova puntuale conferma soprattutto nei filmati e nei resoconti di quei fortunati che hanno potuto concedersi una simile vacanza. Trattandosi di isole, e per di più tropicali, l’idea delle Maldive che viene comunque alla mente, anche senza l’aiuto di immagini documentarie, è ormai quella di grandi spiagge di sabbia bianca orlate di palme slanciate ed altissime, che si specchiano in acque straordinariamente calde, limpide e tranquille: l’azzurro cristallino del mare si confonde all’orizzonte con quello ceruleo del cielo, mentre alla scarsa presenza umana sulla linea di riva (in aperto contrasto con l’opprimente sovraffollamento delle nostre riviere) si contrappone una vera e propria esplosione di colori e di presenze vegetali ed animali sui fondali marini, popolati da una fantasmagoria di alghe, coralli, molluschi ed altre forme di vita acquatica. A differenza di altri itinerari, sia ideali che turistici, che nella realtà si rivelano ingannevoli e fallaci, le Maldive non deludono le aspettative dei visitatori e sembrano rispondere in pieno al quadro apparentemente fantastico ed idilliaco delineato in precedenza.
Ancor più di quanto si possa immaginare, il carattere dominante del paesaggio resta la presenza costante del mare, e ciò soprattutto in virtù della piccola dimensione delle isole dell’arcipelago: nessuna località delle Maldive dista infatti più di qualche chilometro dal mare, anche in quelle che possono essere considerate le isole maggiori. A ciò si aggiunga che in quell’universo di scogli, bassifondi e piccole isole che costituiscono i diversi atolli non compaiono mai rilievi collinari o altri tipi di morfologia altimetrica che possano in qualche modo limitarne la vista.
La storia
L’importanza del mare traspare del resto anche da uno sguardo superficiale alla carta geografica, o meglio ancora al planisfero: le Maldive si localizzano infatti nella parte centrale dell’Oceano Indiano e distano alcune centinaia di chilometri dallo Stato costiero più vicino (l’India): nella grande suddivisione fra isole continentali ed isole oceaniche possono perciò essere collocate a buon diritto all’interno di questa seconda categoria. Nonostante che il carattere dell’insularità sia dunque largamente dominante, le Maldive non hanno quasi mai risentito di un eccessivo isolamento, in quanto localizzate lungo le principali rotte di traffico fra l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente da un lato, il subcontinente indiano, l’Estremo Oriente e l’Australia dall’altro. Non a caso esistono testimonianze del loro popolamento risalenti già al IV-V secolo a.C.: ma varie leggende e teorie scientifiche, in parte suffragate da reperti archeologici, avanzano ipotesi sulla presenza di abitanti almeno un millennio prima. Testimonianze scritte, e quindi sicuramente attendibili, relative alla conoscenza delle isole si riscontrano comunque già nel IV secolo d.C. ad opera di Pappo d’ Alessandria e Scolastico di Tebe e nel VI secolo d.C. ad opera dell’altro alessandrino, Cosma Indicopleuste.
I primi colonizzatori delle isole provenivano quasi di sicuro dall’attuale Sri Lanka o dall’India meridionale ed erano probabilmente di ceppo ariano: di tale razza era anche il mitico Koimala, che sbarcato nelle isole, fu proclamato re dagli indigeni. Fin da epoche assai remote la loro religione era buddista, come confermano vari resti di templi e pagode, per esempio quelli dell’atollo di Ari. Al 1153 risale comunque la conversione alla religione islamica per opera di uno dei tanti mercanti arabi, che percorrevano le rotte fra il Levante e l’India: il berbero Abu-al-Bakarat. Questi osò sfidare uno dei terribili demoni marini idolatrati nelle isole (Jinis), impedendo con la preghiera il sacrificio di una vergine che doveva servire a placare le ire del mostro. L’intera popolazione, entusiasta del gesto, si convertì allora all’Islamismo ed il suo capo divenne il primo sultano delle Maldive. La modesta tomba del mercante arabo (Medu Ziyaarath), all’interno del giardino presidenziale di Malé, è tuttora luogo sacro.
Tre grandi dinastie si susseguirono sul trono dell’arcipelago fino all’arrivo dei portoghesi, che nel 1558 riuscirono a conquistare le isole sotto la guida del capitano Andreas Andre (in maldiviano Andhiri Andhirin) e ad uccidere il sultano Alì il Martire. L’occupazione portoghese, particolarmente dura e violenta, portò a vari tentativi di ribellione, che ebbero finalmente esito positivo grazie alle eroiche imprese dei tre fratelli Thakurufaan: mentre il maggiore veniva catturato e giustiziato, gli altri due attuarono una sorta di guerriglia che costrinse alla resa gli invasori, permettendo l’incoronazione a sultano di Mohammed Thakurufaan. Le Maldive continuarono tuttavia ad essere nelle mire delle potenze straniere: dopo nuovi tentativi di sbarco dei portoghesi, le isole vennero a più riprese saccheggiate dai pirati Moplas, che avevano le loro basi sulle coste indiane del Malabar. L’eroismo di alcuni capi (fra i quali spiccano Ibrahim Iskandar I, costruttore di vari minareti e della moschea di Malé, e Ghazee Hassan Izzuddeen) riuscì a ricacciare gli invasori, ma alla fine i sultani dell’arcipelago ritennero saggio porsi sotto la protezione dei francesi prima, degli olandesi di Ceylon poi, e degli inglesi dopo la loro presa di possesso della grande isola vicina: già nel 1887 e poi nel 1948, gli inglesi riconobbero comunque la piena indipendenza delle Maldive, pur accollandosi l’onere della loro difesa in cambio di sostanziali benefici economici e della concessione di una base aeronavale nell’isola di Addu. In epoca contemporanea gli eventi storici più significativi per le isole sono stati l’accordo con la Gran Bretagna per la totale indipendenza (firmato nel 1965), l’ammissione alle Nazioni Unite dopo qualche mese, la trasformazione del sultanato in repubblica presidenziale (1968) e la fine della presenza inglese nella base aeronavale di Gan (1976).
Attualmente le Maldive sono dunque una repubblica presidenziale dotata di un Parlamento con poteri legislativi (Majlis), che dura in carica cinque anni e viene eletto su base territoriale dai 20 atolli che costituiscono le unità amministrative di base. La popolazione ammonta a circa 270.000 abitanti, un quarto dei quali risiede nella capitale Malé. Essi sono in larga misura di origine singalese, ma i loro primitivi caratteri somatici si sono notevolmente sfumati durante secoli di contatti col mondo arabo ed africano: la loro principale caratteristica è la statura piuttosto bassa, che permette di distinguerli agevolmente dagli indiani di recente immigrazione.
Sotto il profilo psicologico e sociologico, essi denotano un’indole molto semplice e pacifica, ed in genere appaiono dotati di notevole buonumore e di scarsa aggressività. Con un pizzico di ironia e di malizia, questa naturale predisposizione all’ottimismo e all’allegria può forse essere spiegata almeno in parte con un semplice fatto di costume assai diffuso nelle Maldive: quello di interrompere legalmente e con grande facilità i rapporti coniugali che non funzionano, ponendo così fine a molti motivi di lite e di preoccupazione. Data l’estrema semplicità dell’azione legale (basta dire tre volte in rapida successione “io divorzio da te” dinanzi al pubblico ufficiale, detto gazi, che stilerà il documento), la frequenza dei divorzi è davvero impressionante, tanto che qualcuno giunge a compiere tale atto fino a venti volte nella vita.
A dispetto di ciò il carattere degli isolani risulta in fin dei conti particolarmente romantico, come testimonia il grande amore per la musica e la poesia, che si estrinseca in particolare attraverso cori, danze, ballate, versi e prose: tali manifestazioni artistiche e poetiche tendono ad esaltare soprattutto l’amore verso la natura e la sua profonda armonia, e trovano efficace strumento di espressione anche nel notevole livello di elaborazione raggiunto dal linguaggio scritto e da quello parlato. La lingua parlata (Dhivehi) deriva infatti dall’aggregazione di termini arabi, indiani ed inglesi al primitivo linguaggio sinhala (singalese) ed ha perciò un vocabolario assai ricco ed espressivo. La lingua scritta (Tana) fu introdotta nel XVI secolo dal mitico eroe Thakurufaan e comprende 24 lettere, che sono graficamente simili a quelle dell’alfabeto arabo e di quello persiano, ma che sono tutto sommato più semplici: la sua evidente origine araba traspare chiaramente anche dal fatto che la lettura avviene da destra verso sinistra.
La natura
Dal precedente breve resoconto storico, ed in particolare dalle vicende belliche, emerge chiaramente l’importantissimo ruolo strategico delle Maldive: in tempi recenti esse sono state addirittura definite “la portaerei dell’Oceano Indiano” ed hanno suscitato gli appetiti delle maggiori potenze mondiali (Gran Bretagna, Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina). Da questo punto di vista la loro capacità di mantenere una relativa autonomia politica e amministrativa appare davvero straordinaria, se si considera l’enorme dispersione dell’arcipelago ed il numero eccezionale delle isole che lo compongono: si parla infatti di 1192 isole ufficialmente riconosciute (di cui poco più di 200 abitate in permanenza), ma il loro numero sale ad oltre duemila se si considerano anche gli scogli minori. La dimensione delle isole è infatti generalmente molto piccola e ciò traspare anche dalla superficie complessiva dell’intero arcipelago: appena 298 kmq di territorio, più o meno la superficie dell’Arcipelago Toscano.
Questa miriade di scogli e di isolette è inoltre distribuita su un’area estremamente vasta (quasi 90.000 kmq), che si estende per più di 800 chilometri nel senso della latitudine e di 130 in quello della longitudine, dando luogo ad un lungo asse insulare disposto in senso nord-sud: lo stesso termine “Maldive”, per quanto di controversa interpretazione, sembra riconducibile proprio alla disposizione morfologica dell’arcipelago o all’elevatissimo numero di isole che lo compongono, derivando dal sanscrito malodheep (ghirlanda) o mal dvipa (mille isole).
Sia la singolare collocazione delle isole che il loro numero davvero straordinario sono direttamente riferibili all’origine stessa dell’arcipelago, in larga misura connessa con l’azione dei polipi coralliferi. Si tratta infatti di veri e propri banchi e scogliere coralline che si sono sviluppati per lo più con la caratteristica struttura ad atollo: anche questo termine, che come è noto indica una tipica disposizione ad anello della linea di costa, deriva non a caso da un vocabolo di origine maldiviana (atholhu). Nelle Maldive quasi tutte le terre emerse sono infatti disposte a ghirlanda nei 26 atolli principali che compongono l’arcipelago e delimitano bacini interni dalle acque straordinariamente calme, trasparenti e cristalline: la temperatura dell’acqua, generalmente superiore a quella dell’oceano circostante (grazie al forte irraggiamento solare sui bassi fondali delle lagune), favorisce la presenza di una flora e di una fauna subacquea prorompente e lussureggiante.
Sull’origine degli atolli molto è stato scritto, ma la teoria più accreditata resta quella del grande naturalista e geografo Charles Darwin, il quale intuì che la disposizione anulare dei banchi madreporici era probabilmente imputabile alla graduale sommersione di un’isola preesistente, spesso di origine vulcanica, per sprofondamento della stessa o per l’innalzamento del livello marino dovuto all’attuale fase interglaciale: lo sviluppo delle colonie coralligene può infatti avvenire soltanto alle basse profondità, dove maggiore è la presenza di ossigeno disciolto e di luce solare, per cui i polipi sono costretti ad innalzare progressivamente le proprie costruzioni lungo il vecchio perimetro dell’isola sommersa.
Contrariamente a quello che si crede, tuttavia, le colonie di polipi forniscono solo l’intelaiatura delle barriere coralline, mentre gran parte del calcare organogeno che le compone (circa il 90%) deriva da altri organismi marini che trovano asilo negli anfratti della scogliera, come alghe e molluschi. I movimenti del mare ed il vento possono poi depositare grandi quantità di detriti sui banchi madreporici sommersi fino alla loro completa emersione e allo sviluppo della vegetazione pioniera superficiale. Tali sabbie, anch’esse di origine organica, sono generalmente di colore bianchissimo e vanno a disporsi anche lungo i bordi delle lagune, dando luogo alle magnifiche spiagge che caratterizzano le isole madreporiche. In molti casi l’anello calcareo che forma l’atollo presenta delle interruzioni che rendono ancora più suggestivo l’ambiente costiero e consentono l’accesso alle lagune interne da parte di imbarcazioni e pesci d’alto mare.
Proprio per questa particolare origine morfologica, per la mancanza di rilievi che le riparino dai venti e per la posizione al centro dell’oceano aperto, le Maldive sembrerebbero particolarmente esposte al rischio di uragani e cicloni, frequenti in altre aree subequatoriali e tropicali.
Tale rischio è tuttavia solo apparente, in quanto il clima appare condizionato dalla presenza dei venti monsonici che spirano periodicamente da o verso il continente: in inverno prevale il monsone di terra, asciutto e relativamente fresco, che proviene da nord-est e porta tempo sereno da dicembre ad aprile; in estate compare invece il monsone di mare che, carico di umidità derivante dall’ evaporazione dell’oceano, spira da sud-ovest ed apporta tempo piovoso e perturbato da maggio ad ottobre. L’assenza di rilievi, che potrebbero costringere le masse nuvolose in transito verso il subcontinente indiano a sollevarsi e a scaricare repentinamente il loro contenuto di acqua, limita comunque la quantità (circa 2000 mm di pioggia l’anno) e soprattutto l’intensità delle precipitazioni; per questo motivo anche nel periodo più umido le piogge non si manifestano con la devastante violenza con cui sono solite colpire le non lontane coste del Bengala, del Malabar e del Coromandel. Le mareggiate, che possono verificarsi soprattutto durante il cambio di stagione legato all’inversione del monsone, sono inoltre mantenute sotto controllo dalla naturale difesa costituita dalle barriere coralline, che limitano la forza delle onde nelle lagune interne.
In linea di massima comunque il clima delle Maldive può essere definito caldo-umido, con temperature dell’aria che oscillano in media fra i 26 ed i 33°C: la calura viene tuttavia mitigata dalla presenza di leggere e costanti brezze marine che rendono perciò estremamente favorevole il soggiorno a scopo turistico. Altrettanto si può dire per quanto riguarda l’acqua di mare che, ai già decantati pregi di trasparenza, limpidezza e colore, unisce una temperatura che non scende mai sotto i 24°C e consente perciò la presenza di una ricchissima vita subacquea.
Nonostante le temperature dell’aria e dell’acqua, che permangono abbastanza elevate durante l’intero arco dell’anno, le isole coralline che compongono l’arcipelago delle Maldive presentano solo a tratti una vegetazione lussureggiante: la scarsità di suolo vegetale e la carenza di acque dolci superficiali (fiumi e laghi) e sotterranee (sorgenti), connesse con la piccola dimensione (la maggior parte delle isole misura meno di un chilometro quadrato di superficie) e con la natura stessa dei banchi corallini delle isole, limitano fortemente la crescita di piante particolarmente appariscenti, ove si escludano le magnifiche palme da cocco che orlano le lagune, alcune aree di foresta pluviale (dalle quali si ricava legname pregiato) e di mangrovie.
L’economia
Le stesse superfici coltivate non sono molto estese, tanto che non riescono a coprire neppure le necessità alimentari degli abitanti: per questo motivo, e per sopperire anche alla forte richiesta di derrate connessa con lo sviluppo turistico, grandi quantità di prodotti agricoli, in special modo riso, vengono importati dall’estero. Ciononostante ogni isola abitata in permanenza possiede ovviamente delle piccole piantagioni per il sostentamento della popolazione locale, all’interno delle quali si coltivano cereali (soprattutto miglio, mais e sorgo), piante da tubero (manioca, taro, batata) e da fecola (albero del pane), ortaggi (soprattutto cipolle e peperoni) e frutta (banana, mango, papaya, ananas ed altri tipici frutti tropicali destinati prevalentemente alla tavola dei turisti). Ma la principale risorsa agricola delle Maldive resta ancora adesso la palma da cocco, probabilmente originaria proprio di queste isole, che cresce anche spontanea grazie alla semplice caduta al suolo dei frutti dalle piante madri: non è un caso che l’albero del cocco compaia addirittura nello stemma nazionale delle Maldive e che esso venga esplicitamente definito “Dhivehi ruh”, vale a dire la palma delle Maldive. L’importanza economica e culturale del cocco va del resto ben oltre la semplice produzione di frutti (che comunque vengono anche esportati), ma caratterizza da vicino il tradizionale e particolare genere di vita degli isolani: in altre parole per gli abitanti delle Maldive la palma da cocco ha un’importanza paragonabile a quella del bisonte per i pellerossa delle Grandi Pianure americane o della renna per i lapponi. Essa fornisce infatti parte del cibo, l’olio e la copra, il legno per le abitazioni e le imbarcazioni, le foglie per la realizzazione di stuoie e coperture vegetali, le fibre per corde e tessuti e perfino una bevanda non-alcolica, il “toddy”: non per niente il canone d’affitto di un’isola viene tuttora stabilito sulla base del numero di palme presenti sulla sua superficie.
Ma l’attività economica principale per le Maldive è stata per secoli la pesca, solo di recente insidiata dallo sviluppo del turismo. L’Oceano Indiano nel suo complesso ospita oltre 700 specie di pesce e la maggior parte di esse è presente nelle acque delle Maldive, che possono pertanto essere assimilate ad un vero e proprio acquario naturale: migliaia di organismi marini dagli straordinari colori, di ogni forma e dimensione, popolano i bassi fondali dell’arcipelago, dando l’impressione di un vero e proprio paradiso sommerso.
Una simile abbondanza di pesce, favorita dalla presenza di acque relativamente calde, poco profonde e ben ossigenate dalle correnti, è stata per secoli sfruttata al meglio dagli abitanti, che hanno impostato la propria economia ed il proprio genere di vita sulla pesca. Ancora adesso oltre un quinto della manodopera isolana risulta occupato nel settore peschereccio e da esso si ricava un sesto dell’intero prodotto lordo nazionale. Già nel remoto passato il pescato veniva del resto esportato sulle coste dell’India e dell’attuale Sri Lanka, dopo essere stato affumicato o essiccato al sole, col nome appunto di “pesce delle Maldive”. Le battute di pesca vengono ancora oggi eseguite in larga misura con le classiche imbarcazioni scavate nel legno di cocco, dette “dhoni”, che portano 8-10 pescatori guidati da un capobarca (keolu). Proprio per questo, soprattutto all’alba e al tramonto, il mare delle Maldive appare frequentato da decine di piccoli battelli a vela o a remi che contribuiscono a rendere ancora più suggestivi i panorami costieri. Tuttora le tecniche di pesca più usate restano infatti quelle tradizionali (lenza e piccole reti), anche se il governo sta cercando di modernizzare sia i sistemi di produzione che i mezzi impiegati. Per evitare la concorrenza degli Stati vicini e di quelli tecnologicamente più avanzati (soprattutto il Giappone), le acque territoriali sono state estese con provvedimento unilaterale a 200 miglia dalla costa: questa drastica misura di salvaguardia del grande patrimonio ittico e dei banchi di pesca dell’arcipelago è stata comunque accompagnata dalla realizzazione di moderni impianti per la conservazione del pesce, che viene oggi esportato soprattutto salato, congelato e scatolato verso i paesi dell’Estremo Oriente (Giappone, Corea, Singapore) e verso l’Europa. Le catture più numerose ed importanti sotto il profilo economico riguardano gli sgombri e soprattutto il “bonito”, una specie di piccolo tonno che, una volta affumicato e salato, costituisce non solo un cibo nutriente e gustoso, ma secondo gli isolani possiede anche grandi poteri corroboranti e stimolanti, al punto da infondere un eccezionale vigore fisico a chi lo consuma.
Il mare delle Maldive ha comunque fornito almeno fino al Cinquecento un’altra risorsa fondamentale sotto il profilo economico, e cioè le conchiglie della varietà Cyprea moneta che, per la loro bellezza e come dice il nome stesso, hanno rappresentato per secoli la principale valuta di scambio lungo le coste asiatiche e africane dell’Oceano Indiano: da tempo la divisa ufficiale dello Stato è divenuta la rupia, ma le conchiglie che hanno fatto conoscere le Maldive come le antiche “isole del denaro” vengono ancora raccolte dalle indigene per confezionare monili e souvenir.
Per quanto riguarda le altre attività economiche, vale la pena notare come all’interno del settore secondario le industrie di tipo moderno abbiano in qualche caso preso il posto del vecchio artigianato tradizionale, per esempio nel campo della costruzione di imbarcazioni da diporto in fibra di vetro e in quello della conservazione del pesce: permangono altresì numerose forme di lavorazione artigianale, come la produzione di cordami, oggetti ed utensili in legno e metallo, barche da pesca in legno di cocco e perfino la costruzione delle stesse abitazioni, realizzate in legno di palma su fondamenta di calcare in blocchi estratti a colpi d’ascia dalle scogliere coralline. L’artigianato tipico locale, nel quale operano soprattutto le donne, appare in larga misura destinato all’uso e al consumo dei turisti e consta soprattutto di monili in corallo, madreperla e conchiglie, lavori in legno laccato, tappeti e stuoie in fibra di cocco, ricami ed arabeschi.
La principale fonte di reddito è attualmente il turismo, che può fare affidamento su un flusso annuo di circa 200.000 visitatori, in larghissima parte ospitati in una settantina di strutture alberghiere sparse sulle principali isole: per impedire un eccessivo impatto ambientale e per limitare la diffusione di impianti troppo moderni ed esclusivi (club privati, residence), il governo ha comunque imposto tasse severissime sulla loro realizzazione nelle isole non abitate in permanenza. Vale la pena notare come la scoperta e la valorizzazione turistica dei tesori naturalistici delle Maldive sia in larga misura opera italiana: ancora adesso i turisti italiani sono un quinto del totale, preceduti soltanto dai tedeschi (quasi un quarto), e quelli europei nel loro complesso sono comunque largamente predominanti.
Oltre che su un ambiente naturale di straordinaria bellezza e su una notevole catena di strutture ricettive di buon livello qualitativo, essi possono contare anche su un ricchissimo calendario di manifestazioni culturali e folcloristiche, che traggono origine in larga misura dalla tradizione islamica o da credenze tribali preesistenti di tipo animistico: è ad esempio tuttora particolarmente vivo il timore nei confronti di demoni e mostri, che vengono perciò esorcizzati da appositi stregoni (hakeem) mediante riti, antidoti e pozioni.
La società maldiviana è tuttavia assai permeata dalla cultura musulmana di tipo sunnita, fortemente presente nella scuola, nelle attività religiose e politiche e nelle pratiche di vita quotidiana: la stessa Costituzione definisce islamica la Repubblica delle Maldive e la bandiera nazionale presenta inequivocabilmente una mezza luna bianca in campo verde bordato di rosso. Proprio in quanto religione di Stato, l’Islamismo riveste dunque nelle Maldive un ruolo fondamentale e totalizzante, sia pure con atteggiamenti e caratteri particolarmente liberali e indirizzati verso la tolleranza: nessuno mette in discussione le preghiere quotidiane, le celebrazioni del Ramadan e la legge coranica, ma le donne sono ad esempio esentate dal portare il velo sul viso. Sotto il profilo strettamente folcloristico presentano comunque un fascino davvero straordinario per i turisti le danze popolari in costume, accompagnate da musica tradizionale eseguita soprattutto con strumenti a percussione, come nel “bodu beru”, nel “thaara”, nel “bandiyaa jehun” o nel “kadhaa maali”.











