Bali

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Hotel Four Seasons Resort Bali at Jimbaran Bay
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da 266 €
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Bali: guida di viaggio

Bali

Bali è un’isola montuosa di origine vulcanica, la cui cima più alta è il Monte Agung (3142 m), un vulcano che ha conosciuto lunghi periodi d’inattività. Con i suoi 5632 km2 di superficie e i suoi quasi 3 milioni di abitanti, Bali costituisce una delle 27 provincie di cui si compone la Repubblica Indonesiana. Posta fra Giava ad ovest e Lombok ad est, Bali ha da sempre costituito una sorta di ponte fra Asia e Australia, e questo ha avuto non poche conseguenze sulle vicende storiche e sulla sua identità culturale, non di rado costretta al confronto con altre influentissime realtà, come quelle indiana e cinese. Già a partire dall’VIII secolo, infatti, si riscontrano le prime tracce di una «indianizzazione» di Bali, operata dall’India sia direttamente che indirettamente, tramite Giava e Sumatra.

Del X secolo sono i primi documenti che testimoniano l’esistenza di una dinastia regnante balinese, politicamente dipendente da Giava. Alla fine del Duecento, Bali dovette riconoscere la temporanea sovranità dei re giavanesi di Singhasari, cui fece seguito nel 1343 la sottomissione al regno di Madjapahit, dal nome della dinastia subentrata in Giava alla precedente. Forte e costante rimaneva dunque l’influenza giavanese, ancor più accentuata, fra il XV e il XVI secolo, dalla massiccia emigrazione di induisti che da Giava cercarono rifugio e asilo a Bali per sottrarsi all’imperioso diffondersi della religione islamica. Alla fine del Seicento i discendenti dei principi di Madjapahit suddivisero l’isola in nove principati indipendenti, che nel 1743 passarono sotto il protettorato olandese. In realtà l’Olanda vantava propri insediamenti commerciali su Bali fin dal 1597, ma prese pieno ed effettivo possesso dell’isola, soffocando ogni forma di autonomia politica e amministrativa, solo alla metà dell’Ottocento. In seguito, come si è visto, Bali è entrata a far parte dell’Indonesia, pur mantenendo caratteristiche sociali, culturali e religiose marcatamente autonome.
In Indonesia, infatti, la popolazione (circa 192 milioni di persone) professa nella stragrande maggioranza l’islamismo, diffusosi progressivamente a partire dal XIII secolo grazie alla massiccia e influente presenza dei mercanti arabi che qui avevano importanti basi per i loro lucrosi commerci. Quando anche i sovrani indonesiani si convertirono alla nuova fede (XV secolo), buona parte dei seguaci delle religioni indù, come si è visto, si rifugiarono a Bali, dove conservarono intatte le proprie credenze.

È per questo che ancora oggi il 93% dei balinesi sono induisti; ad essi si affiancano solo piccoli gruppi di musulmani, protestanti, cattolici e buddisti. Rimangono inoltre chiare tracce di quella che doveva rappresentare la religione più antica e primitiva in Bali, la animista, che predica il rispetto di tutte le cose e di tutte le creature perché tutte indistintamente governate da un’entità spirituale o anima. Tradizionalmente i rapport... Continua a leggere
Bali

Bali è un’isola montuosa di origine vulcanica, la cui cima più alta è il Monte Agung (3142 m), un vulcano che ha conosciuto lunghi periodi d’inattività. Con i suoi 5632 km2 di superficie e i suoi quasi 3 milioni di abitanti, Bali costituisce una delle 27 provincie di cui si compone la Repubblica Indonesiana. Posta fra Giava ad ovest e Lombok ad est, Bali ha da sempre costituito una sorta di ponte fra Asia e Australia, e questo ha avuto non poche conseguenze sulle vicende storiche e sulla sua identità culturale, non di rado costretta al confronto con altre influentissime realtà, come quelle indiana e cinese. Già a partire dall’VIII secolo, infatti, si riscontrano le prime tracce di una «indianizzazione» di Bali, operata dall’India sia direttamente che indirettamente, tramite Giava e Sumatra.

Del X secolo sono i primi documenti che testimoniano l’esistenza di una dinastia regnante balinese, politicamente dipendente da Giava. Alla fine del Duecento, Bali dovette riconoscere la temporanea sovranità dei re giavanesi di Singhasari, cui fece seguito nel 1343 la sottomissione al regno di Madjapahit, dal nome della dinastia subentrata in Giava alla precedente. Forte e costante rimaneva dunque l’influenza giavanese, ancor più accentuata, fra il XV e il XVI secolo, dalla massiccia emigrazione di induisti che da Giava cercarono rifugio e asilo a Bali per sottrarsi all’imperioso diffondersi della religione islamica. Alla fine del Seicento i discendenti dei principi di Madjapahit suddivisero l’isola in nove principati indipendenti, che nel 1743 passarono sotto il protettorato olandese. In realtà l’Olanda vantava propri insediamenti commerciali su Bali fin dal 1597, ma prese pieno ed effettivo possesso dell’isola, soffocando ogni forma di autonomia politica e amministrativa, solo alla metà dell’Ottocento. In seguito, come si è visto, Bali è entrata a far parte dell’Indonesia, pur mantenendo caratteristiche sociali, culturali e religiose marcatamente autonome.
In Indonesia, infatti, la popolazione (circa 192 milioni di persone) professa nella stragrande maggioranza l’islamismo, diffusosi progressivamente a partire dal XIII secolo grazie alla massiccia e influente presenza dei mercanti arabi che qui avevano importanti basi per i loro lucrosi commerci. Quando anche i sovrani indonesiani si convertirono alla nuova fede (XV secolo), buona parte dei seguaci delle religioni indù, come si è visto, si rifugiarono a Bali, dove conservarono intatte le proprie credenze.

È per questo che ancora oggi il 93% dei balinesi sono induisti; ad essi si affiancano solo piccoli gruppi di musulmani, protestanti, cattolici e buddisti. Rimangono inoltre chiare tracce di quella che doveva rappresentare la religione più antica e primitiva in Bali, la animista, che predica il rispetto di tutte le cose e di tutte le creature perché tutte indistintamente governate da un’entità spirituale o anima. Tradizionalmente i rapporti fra i fedeli delle diverse religioni sono improntati alla più pacifica tolleranza. Ne offre un chiaro esempio proprio la capitale di Bali, Denpasar, dove templi e luoghi sacri riconducibili alle varie fedi sorgono tranquillamente gli uni vicini agli altri. Non a caso Bali è nota anche come «Isola degli Dei» o «Isola dei Mille Templi».

Ma, inevitabilmente, è soprattutto l’induismo a caratterizzare le usanze e l’aspetto stesso dell’isola. A Bali si possono incontrare praticamente ovunque luoghi di culto induisti (i cosidetti Pura). Ogni villaggio (Desa Adat nella lingua locale) ne possiede generalmente tre principali, indicati rispettivamente come Pura Desa, Pura Puseh e Pura Dalem. Sono questi i luoghi consacrati al culto delle tre divinità che compongono la Sacra Trinità induista o Tri-murti, espressione della potenza dell’unico supremo creatore Ida Hyang Widi: Brahma il creatore, Wisnu il preservatore e Siwa, colui che dissolvendo l’universo e riconducendo ogni cosa agli elementi compositivi primordiali porta a termine ogni ciclo di creazione.
Ci sono poi i Pura Ulunsuwi o Pura Subak, posti al centro delle risaie e affidati alle cure di quegli agricoltori che, attingendo ad una stessa fonte per l’approvvigionamento idrico, vengono a far parte di una specie di cooperativa, detta appunto Subak. Esistono quindi i Pura posti in corrispondenza delle tradizionali sedi di mercato, chiamati Pura Melanting e riservati ai venditori. E ancora i Kahyangan Jagat, veri e propri templi pubblici, aperti a tutto il popolo senza distinzione alcuna. A questo gruppo appartiene il Pura Besakih, il più grande esistente a Bali.

Ogni Pura vanta un proprio «compleanno», celebrato ora una volta all’anno, ora ogni 210 giorni (corrispondenti ad un anno lunare) e solennizzato con cerimonie rituali che richiamano una grande folla da tutta l’isola. In queste occasioni i fedeli, in segno di riconoscenza per la benevolenza dimostrata nei loro confronti dalla divinità e per la protezione e l’abbondanza che ne sono derivate e nella speranza di ottenere uguali benefici anche in futuro, offrono, in artistiche composizioni, fiori, frutti, dolci, riso e carni arrostite. Ma a Bali ogni famiglia di religione induista possiede anche un edificio sacro personale, il Sanggah o Pamerajan, costruito per onorare la venerata memoria degli antenati, gli spiriti dei congiunti morti e naturalmente l’unica suprema divinità, il già citato Ida Hyang Widi.

Non a caso il Sanggah deve essere tradizionalmente rivolto verso la montagna sacra per eccellenza, il Monte Agung.
Quanto all’economia dell’isola, le maggiori fonti di reddito (e dunque i cardini del progressivo sviluppo di Bali) sono senza dubbio rappresentate dall’agricoltura, dall’artigianato e soprattutto dal turismo che, sviluppatosi a partire dai primi anni del XX secolo, ha conosciuto un significativo e costante incremento da quando, negli anni sessanta, fu inaugurato l’aeroporto internazionale Ngurah Rai, e, con esso, i primi grandi e confortevoli hotel, anch’essi concepiti per soddisfare le esigenze di una clientela internazionale. Più tradizionali risultano invece le risorse agricole. Il prodotto più importante è senza dubbio il riso, coltivato a Bali da più di un millennio e considerato un vero e proprio dono degli dei, intorno a cui è fiorita tutta una serie di mitologiche leggende. Estesissime risaie, dominate da file di palme da cocco, occupano le pianure meridionali e i fianchi delle colline e delle montagne, inconfondibili per i caratteristici terrazzamenti che seguono le curve di livello. Nelle regioni a clima secco il mais e i tuberi tropicali prendono il posto del riso, non di rado affiancati dalla produzione di frutta e caffè. Ma nel complesso Bali è caratterizzata da una vegetazione folta e rigogliosa, e i suoi verdeggianti paesaggi, insieme all’incanto del suo mare, alle vestigia imponenti della sua lunga storia, al fascino vivissimo delle sue suggestive tradizioni e delle molteplici cerimonie rituali che costituiscono ancora oggi momenti importantissimi nella vita di ogni balinese, fanno di questa isola un luogo unico nel suo genere, straordinariamente affascinante e coinvolgente.

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Gianpiero
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