Altra Turchia
2006 Hotel in Altra Turchia
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629165_Hotel_Sifa_Hayatsuyu_Termal_
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Altra Turchia: Le cose da vedere più gettonate
Altra Turchia: guida di viaggio
Cappadocia
La Cappadocia è una delle zone più singolari del mondo per quanto concerne l’aspetto morfologico del terreno. L’area si presenta infatti come un succedersi di strane formazioni, con scene diverse e talora fiabesche, lunari o addirittura quasi oniriche. È stata la mano lenta ma inarrestabile dell’erosione a creare nei millenni queste meraviglie; l’uomo ha quindi aggiunto il suo intervento, sfruttando la formazione e le qualità geologiche del terreno per realizzarvi altri singolari e suggestivi monumenti.
La storia di questo scenario inizia circa 60 milioni di anni fa, quando il moto di corrugamento della crosta terrestre portò all’innalzamento della catena del Tauro. Questi movimenti tellurici vennero accompagnati da una forte attività vulcanica in tutta la zona; delle numerose bocche eruttive del tempo restano oggi solo pochi ma maestosi esempi: il Monte Erciyeş, che tocca oggi 3917 m, l’Hasandağ con i suoi 3263 m, mentre meno elevato è il Göllüdağ. Questi vulcani sono in parte considerati ancora potenzialmente attivi, anche se non si ha ricordo di alcuna loro eruzione in tempi storici, dal momento che le documentazioni artistiche (preistoriche e di età romana) sembrano illustrare eruzioni di cui sopravviveva solo il leggendario ricordo.
Come ogni attività vulcanica, anche quella che accompagnò la formazione del Tauro provocò la dispersione di quantità enormi di ceneri, lapilli e lave. Depositatisi sul terreno in quest’ordine, dal basso in alto, tali materiali vennero cementati dalla sedimentazione geologica nelle ere seguenti, a formare un tavolato roccioso. Tuttavia il processo erosivo dei venti, dei ghiacci e delle acque intaccò la crosta superficiale aprendo fratture e calanchi nel terreno.
La diversità delle rocce, sommariamente ascrivibili al genere dei tufi e dei basalti ma con vari gradi di durezza, portò ad un variare nel risultato erosivo, producendo nei tufi teneri a diretta esposizione in superficie delle aperture profonde, entro cui l’eventuale attività del vento ha modellato forme curve con dei forti abbassamenti di livello. Diversamente le acque hanno prodotto, nei forti basalti a colore scuro, delle sottili spaccature in cui il ghiaccio si è insinuato ad approfondire le fessure, sino a creare dei tagli verticali attraverso il basalto superficiale ed il tufo sottostante. La progressiva attività idrica ed eolica ha reso col tempo il banco roccioso simile ad un ammasso di guglie ravvicinate, coperte da lastroni più consistenti; col proseguire dei millenni le guglie si sono distaccate (per la cancellazione di alcune) ed hanno assunto l’aspetto conico che ancor oggi possiamo vedere, per esempio a Zelve, nella zona dei cosiddetti “Camini di fata”.
L’erosione ha talvolta cancellato integralmente i basalti, riducendo i tufi ad una serie di dossi in fase di cancellazione. La presenza in zona del Kizilirmak, il fiume più lungo della Turchia, si collega con l’esistenza di vari ruscell... Continua a leggere
La Cappadocia è una delle zone più singolari del mondo per quanto concerne l’aspetto morfologico del terreno. L’area si presenta infatti come un succedersi di strane formazioni, con scene diverse e talora fiabesche, lunari o addirittura quasi oniriche. È stata la mano lenta ma inarrestabile dell’erosione a creare nei millenni queste meraviglie; l’uomo ha quindi aggiunto il suo intervento, sfruttando la formazione e le qualità geologiche del terreno per realizzarvi altri singolari e suggestivi monumenti.
La storia di questo scenario inizia circa 60 milioni di anni fa, quando il moto di corrugamento della crosta terrestre portò all’innalzamento della catena del Tauro. Questi movimenti tellurici vennero accompagnati da una forte attività vulcanica in tutta la zona; delle numerose bocche eruttive del tempo restano oggi solo pochi ma maestosi esempi: il Monte Erciyeş, che tocca oggi 3917 m, l’Hasandağ con i suoi 3263 m, mentre meno elevato è il Göllüdağ. Questi vulcani sono in parte considerati ancora potenzialmente attivi, anche se non si ha ricordo di alcuna loro eruzione in tempi storici, dal momento che le documentazioni artistiche (preistoriche e di età romana) sembrano illustrare eruzioni di cui sopravviveva solo il leggendario ricordo.
Come ogni attività vulcanica, anche quella che accompagnò la formazione del Tauro provocò la dispersione di quantità enormi di ceneri, lapilli e lave. Depositatisi sul terreno in quest’ordine, dal basso in alto, tali materiali vennero cementati dalla sedimentazione geologica nelle ere seguenti, a formare un tavolato roccioso. Tuttavia il processo erosivo dei venti, dei ghiacci e delle acque intaccò la crosta superficiale aprendo fratture e calanchi nel terreno.
La diversità delle rocce, sommariamente ascrivibili al genere dei tufi e dei basalti ma con vari gradi di durezza, portò ad un variare nel risultato erosivo, producendo nei tufi teneri a diretta esposizione in superficie delle aperture profonde, entro cui l’eventuale attività del vento ha modellato forme curve con dei forti abbassamenti di livello. Diversamente le acque hanno prodotto, nei forti basalti a colore scuro, delle sottili spaccature in cui il ghiaccio si è insinuato ad approfondire le fessure, sino a creare dei tagli verticali attraverso il basalto superficiale ed il tufo sottostante. La progressiva attività idrica ed eolica ha reso col tempo il banco roccioso simile ad un ammasso di guglie ravvicinate, coperte da lastroni più consistenti; col proseguire dei millenni le guglie si sono distaccate (per la cancellazione di alcune) ed hanno assunto l’aspetto conico che ancor oggi possiamo vedere, per esempio a Zelve, nella zona dei cosiddetti “Camini di fata”.
L’erosione ha talvolta cancellato integralmente i basalti, riducendo i tufi ad una serie di dossi in fase di cancellazione. La presenza in zona del Kizilirmak, il fiume più lungo della Turchia, si collega con l’esistenza di vari ruscell... Continua a leggere
Cappadocia
La Cappadocia è una delle zone più singolari del mondo per quanto concerne l’aspetto morfologico del terreno. L’area si presenta infatti come un succedersi di strane formazioni, con scene diverse e talora fiabesche, lunari o addirittura quasi oniriche. È stata la mano lenta ma inarrestabile dell’erosione a creare nei millenni queste meraviglie; l’uomo ha quindi aggiunto il suo intervento, sfruttando la formazione e le qualità geologiche del terreno per realizzarvi altri singolari e suggestivi monumenti.
La storia di questo scenario inizia circa 60 milioni di anni fa, quando il moto di corrugamento della crosta terrestre portò all’innalzamento della catena del Tauro. Questi movimenti tellurici vennero accompagnati da una forte attività vulcanica in tutta la zona; delle numerose bocche eruttive del tempo restano oggi solo pochi ma maestosi esempi: il Monte Erciyeş, che tocca oggi 3917 m, l’Hasandağ con i suoi 3263 m, mentre meno elevato è il Göllüdağ. Questi vulcani sono in parte considerati ancora potenzialmente attivi, anche se non si ha ricordo di alcuna loro eruzione in tempi storici, dal momento che le documentazioni artistiche (preistoriche e di età romana) sembrano illustrare eruzioni di cui sopravviveva solo il leggendario ricordo.
Come ogni attività vulcanica, anche quella che accompagnò la formazione del Tauro provocò la dispersione di quantità enormi di ceneri, lapilli e lave. Depositatisi sul terreno in quest’ordine, dal basso in alto, tali materiali vennero cementati dalla sedimentazione geologica nelle ere seguenti, a formare un tavolato roccioso. Tuttavia il processo erosivo dei venti, dei ghiacci e delle acque intaccò la crosta superficiale aprendo fratture e calanchi nel terreno.
La diversità delle rocce, sommariamente ascrivibili al genere dei tufi e dei basalti ma con vari gradi di durezza, portò ad un variare nel risultato erosivo, producendo nei tufi teneri a diretta esposizione in superficie delle aperture profonde, entro cui l’eventuale attività del vento ha modellato forme curve con dei forti abbassamenti di livello. Diversamente le acque hanno prodotto, nei forti basalti a colore scuro, delle sottili spaccature in cui il ghiaccio si è insinuato ad approfondire le fessure, sino a creare dei tagli verticali attraverso il basalto superficiale ed il tufo sottostante. La progressiva attività idrica ed eolica ha reso col tempo il banco roccioso simile ad un ammasso di guglie ravvicinate, coperte da lastroni più consistenti; col proseguire dei millenni le guglie si sono distaccate (per la cancellazione di alcune) ed hanno assunto l’aspetto conico che ancor oggi possiamo vedere, per esempio a Zelve, nella zona dei cosiddetti “Camini di fata”.
L’erosione ha talvolta cancellato integralmente i basalti, riducendo i tufi ad una serie di dossi in fase di cancellazione. La presenza in zona del Kizilirmak, il fiume più lungo della Turchia, si collega con l’esistenza di vari ruscelli affluenti, in parte originati dalle acque di scioglimento dai nevai delle alture più marcate. La portata di questi corsi d’acqua minori, oggi ridotti, fu in antico ben più ingente; la loro azione sul territorio è la causa del singolare spettacolo delle spaccature profonde ed improvvise nel pianoro anatolico, come nella “Vallata del bianco di neve” e nella stupenda valle di Ihlara, vero giardino irriguo in fondo ad una zona brulla. Queste particolari formazioni geologiche hanno da sempre suggestionato l’uomo, che le ha popolate di miti e leggende e le ha elette talora a sua sede. Tra di esse si insediarono i popoli neolitici, che nell’VIII e nel VII millennio a.C. abitarono ad Hacilar ed a Çatalhöyük, dove sono tornate alla luce le pitture più antiche della regione, raffiguranti anche il vulcano Erciyeş. Col trapasso all’Età del Rame (VI millennio) ed a quella del Bronzo la zona assunse una fisionomia etnico-culturale propria, sino al formarsi della civiltà di Hatti nel III millennio a.C. Il regno ebbe la sua capitale a Kanech, come ci ricordano gli archivi in scrittura cuneiforme assira: la località, a breve distanza da Kayseri, è oggi denominata Kültepe.
La civiltà di Hatti conobbe una fase di trasformazione attorno al 1900 a.C., con l’arrivo dei Nesa nella regione; dalla fusione dei due popoli emerse la civiltà hittita, la cui importanza copre l’ arco di sette secoli nel teatro del Medio Oriente. Le dinastie regali hittite furono a capo di un vero impero, scontratosi con i Babilonesi e i re di Mitanni, per arrivare ai confini dell’Egitto faraonico. Il tramonto degli Hittiti nel XIII secolo, dovuto a pressioni ed invasioni di nuovi popoli, lasciò nella zona cappadocica un regno federato detto di Tabal.
In seguito divisa tra Lidi a sud e Medi a nord, la Cappadocia divenne satrapia persiana alla metà del VI secolo a.C. Invano i suoi abitanti si sollevarono nel 404 e nel 362 a.C. contro l’impero, che venne attaccato da Alessandro Magno di Macedonia. Questi represse una rivolta cappadocica nel 332 a.C. ma, dopo le lotte tra i diadochi alla morte di Alessandro, fu Ariartes II a fondare il Regno di Cappadocia, che sopravvisse fino alla fine del II secolo a.C. Fu quindi Roma a entrare nello scenario anatolico, annettendosi definitivamente l’area nel 66 a.C. La provincia che ne venne formata ebbe notevole importanza per il controllo dei confini e per le lotte politiche interne all’Impero Romano. I resti archeologici risalenti a questa fase denotano il peso dato alla presenza militare, come ad esempio le diverse cittadelle riunite. Tuttavia la spinta dei Sassanidi non poté essere arginata, né quella seguente dei Goti (III secolo d.C.).
L’annessione all’Impero Romano d’Oriente nel 396 dette la spinta ad una completa cristianizzazione della regione. Nonostante le spinte arabe dell’VIII secolo, il Cristianesimo sarebbe rimasto sempre ben radicato nelle popolazioni locali, a stretto contatto con l’autorità centrale di Bisanzio. Le comunità religiose ebbero un’attività particolarmente intensa, in collegamento con i movimenti che prevedevano una vita spirituale di elevato ascetismo. Si diffusero così i gruppi di religiosi che venivano a cercare un ritiro particolarmente isolato nella regione cappadocica, utilizzando le tipiche conformazioni geologiche quali monasteri. Alle prime chiese rupestri, aperte nella viva roccia dagli stessi monaci come nel caso di San Simeone Stilita, che si costruì una cella dove incatenarsi, seguirono altre sedi religiose più belle ed articolate, specie dopo la fine dell’iconoclastia. Questo moto, infatti, destinato ad eliminare gli eccessi dei culti delle immagini sacre, portò ad un recupero di elevata spiritualità che si mantenne anche alla fine delle distruzioni di effigi divine.
I complessi della zona di Göreme, ad esempio, sono una tangibile manifestazione di questa spiritualità, ricca di suggestioni e infinitamente devota al Cristo e ai Santi, esempi vivificanti per il fedele e modelli di vita. La costruzione di complessi edifici all’interno delle erte rocce fu un’opera assai difficile, ma le maestranze riuscirono a realizzare dei monumenti di incomparabile eleganza nelle forme architettoniche, prendendo spunto dalle chiese costruite nelle città bizantine e reinterpretando le strutture con in mente i criteri di eleganza e di valore simbolico. Non meno abili furono i pittori, che negli oscuri interni delle cappelle realizzarono grandi cicli di affreschi, sovente riguardanti gli episodi della vita del Cristo. Questi artisti, che non operarono solo nella Cappadocia ma che in parte itinerarono per l’intero Medio Oriente, riempirono di vividi colori e di innumerevoli effigi di santi le volte delle sedi religiose, realizzando uno stile proprio caratterizzato dalla forte suggestione simbolica ottenuta grazie ad uno stile compendiario. L’ispirazione ai mosaici coevi delle basiliche delle capitali d’Oriente e d’Occidente fu contemperata con l’ interesse spirituale dei monaci locali, votati ad un’ottica quasi metafisica. Il ritiro in località isolate non servì tuttavia ai monaci per proteggersi dai Turchi, al di là del tentativo di difesa dalle incursioni arabe già citate.
I Selgiuchidi, infatti, tennero un comportamento assai tollerante con i cristiani nell’area, come dimostra la presenza di alcuni sultani negli affreschi di alcune chiese, probabilmente in veste di benefattori.
Tuttavia i Selgiuchidi, e specialmente il più grande tra loro, Alaeddin Keykubat, costellarono la Cappadocia di meravigliose moschee e di caravanserragli a difesa della rete di vie carovaniere. La loro supremazia, iniziata nell’XI secolo, portò una fase di fioritura economica, grazie allo sfruttamento delle vie commerciali interne, ed artistica, come dimostrano i numerosissimi monumenti di fine fattura a cui l’arte musulmana seguente non ha mai cessato di ispirarsi. La potenza selgiuchida calò sul finire del XIII secolo, quando vi furono le prime pressioni dei Karamanğullari e, dopo la reggenza di Eretna Bey (1352), furono questi a farsi progressivamente più potenti. Dopo oltre un secolo, fu l’Impero Ottomano a sottomettere progressivamente l’area. Questa annessione portò finalmente una lunga pace alla regione, che si trovò in una posizione interna e quindi protetta, anche se le arti e l’economia non trovarono fioritura. L’Impero Ottomano, perdurato sino agli inizi del XX secolo, fu rovesciato dalle lotte interne per la formazione di una Repubblica, giunte al successo nel 1923 con la nascita dell’attuale Turchia.
La Cappadocia è una delle zone più singolari del mondo per quanto concerne l’aspetto morfologico del terreno. L’area si presenta infatti come un succedersi di strane formazioni, con scene diverse e talora fiabesche, lunari o addirittura quasi oniriche. È stata la mano lenta ma inarrestabile dell’erosione a creare nei millenni queste meraviglie; l’uomo ha quindi aggiunto il suo intervento, sfruttando la formazione e le qualità geologiche del terreno per realizzarvi altri singolari e suggestivi monumenti.
La storia di questo scenario inizia circa 60 milioni di anni fa, quando il moto di corrugamento della crosta terrestre portò all’innalzamento della catena del Tauro. Questi movimenti tellurici vennero accompagnati da una forte attività vulcanica in tutta la zona; delle numerose bocche eruttive del tempo restano oggi solo pochi ma maestosi esempi: il Monte Erciyeş, che tocca oggi 3917 m, l’Hasandağ con i suoi 3263 m, mentre meno elevato è il Göllüdağ. Questi vulcani sono in parte considerati ancora potenzialmente attivi, anche se non si ha ricordo di alcuna loro eruzione in tempi storici, dal momento che le documentazioni artistiche (preistoriche e di età romana) sembrano illustrare eruzioni di cui sopravviveva solo il leggendario ricordo.
Come ogni attività vulcanica, anche quella che accompagnò la formazione del Tauro provocò la dispersione di quantità enormi di ceneri, lapilli e lave. Depositatisi sul terreno in quest’ordine, dal basso in alto, tali materiali vennero cementati dalla sedimentazione geologica nelle ere seguenti, a formare un tavolato roccioso. Tuttavia il processo erosivo dei venti, dei ghiacci e delle acque intaccò la crosta superficiale aprendo fratture e calanchi nel terreno.
La diversità delle rocce, sommariamente ascrivibili al genere dei tufi e dei basalti ma con vari gradi di durezza, portò ad un variare nel risultato erosivo, producendo nei tufi teneri a diretta esposizione in superficie delle aperture profonde, entro cui l’eventuale attività del vento ha modellato forme curve con dei forti abbassamenti di livello. Diversamente le acque hanno prodotto, nei forti basalti a colore scuro, delle sottili spaccature in cui il ghiaccio si è insinuato ad approfondire le fessure, sino a creare dei tagli verticali attraverso il basalto superficiale ed il tufo sottostante. La progressiva attività idrica ed eolica ha reso col tempo il banco roccioso simile ad un ammasso di guglie ravvicinate, coperte da lastroni più consistenti; col proseguire dei millenni le guglie si sono distaccate (per la cancellazione di alcune) ed hanno assunto l’aspetto conico che ancor oggi possiamo vedere, per esempio a Zelve, nella zona dei cosiddetti “Camini di fata”.
L’erosione ha talvolta cancellato integralmente i basalti, riducendo i tufi ad una serie di dossi in fase di cancellazione. La presenza in zona del Kizilirmak, il fiume più lungo della Turchia, si collega con l’esistenza di vari ruscelli affluenti, in parte originati dalle acque di scioglimento dai nevai delle alture più marcate. La portata di questi corsi d’acqua minori, oggi ridotti, fu in antico ben più ingente; la loro azione sul territorio è la causa del singolare spettacolo delle spaccature profonde ed improvvise nel pianoro anatolico, come nella “Vallata del bianco di neve” e nella stupenda valle di Ihlara, vero giardino irriguo in fondo ad una zona brulla. Queste particolari formazioni geologiche hanno da sempre suggestionato l’uomo, che le ha popolate di miti e leggende e le ha elette talora a sua sede. Tra di esse si insediarono i popoli neolitici, che nell’VIII e nel VII millennio a.C. abitarono ad Hacilar ed a Çatalhöyük, dove sono tornate alla luce le pitture più antiche della regione, raffiguranti anche il vulcano Erciyeş. Col trapasso all’Età del Rame (VI millennio) ed a quella del Bronzo la zona assunse una fisionomia etnico-culturale propria, sino al formarsi della civiltà di Hatti nel III millennio a.C. Il regno ebbe la sua capitale a Kanech, come ci ricordano gli archivi in scrittura cuneiforme assira: la località, a breve distanza da Kayseri, è oggi denominata Kültepe.
La civiltà di Hatti conobbe una fase di trasformazione attorno al 1900 a.C., con l’arrivo dei Nesa nella regione; dalla fusione dei due popoli emerse la civiltà hittita, la cui importanza copre l’ arco di sette secoli nel teatro del Medio Oriente. Le dinastie regali hittite furono a capo di un vero impero, scontratosi con i Babilonesi e i re di Mitanni, per arrivare ai confini dell’Egitto faraonico. Il tramonto degli Hittiti nel XIII secolo, dovuto a pressioni ed invasioni di nuovi popoli, lasciò nella zona cappadocica un regno federato detto di Tabal.
In seguito divisa tra Lidi a sud e Medi a nord, la Cappadocia divenne satrapia persiana alla metà del VI secolo a.C. Invano i suoi abitanti si sollevarono nel 404 e nel 362 a.C. contro l’impero, che venne attaccato da Alessandro Magno di Macedonia. Questi represse una rivolta cappadocica nel 332 a.C. ma, dopo le lotte tra i diadochi alla morte di Alessandro, fu Ariartes II a fondare il Regno di Cappadocia, che sopravvisse fino alla fine del II secolo a.C. Fu quindi Roma a entrare nello scenario anatolico, annettendosi definitivamente l’area nel 66 a.C. La provincia che ne venne formata ebbe notevole importanza per il controllo dei confini e per le lotte politiche interne all’Impero Romano. I resti archeologici risalenti a questa fase denotano il peso dato alla presenza militare, come ad esempio le diverse cittadelle riunite. Tuttavia la spinta dei Sassanidi non poté essere arginata, né quella seguente dei Goti (III secolo d.C.).
L’annessione all’Impero Romano d’Oriente nel 396 dette la spinta ad una completa cristianizzazione della regione. Nonostante le spinte arabe dell’VIII secolo, il Cristianesimo sarebbe rimasto sempre ben radicato nelle popolazioni locali, a stretto contatto con l’autorità centrale di Bisanzio. Le comunità religiose ebbero un’attività particolarmente intensa, in collegamento con i movimenti che prevedevano una vita spirituale di elevato ascetismo. Si diffusero così i gruppi di religiosi che venivano a cercare un ritiro particolarmente isolato nella regione cappadocica, utilizzando le tipiche conformazioni geologiche quali monasteri. Alle prime chiese rupestri, aperte nella viva roccia dagli stessi monaci come nel caso di San Simeone Stilita, che si costruì una cella dove incatenarsi, seguirono altre sedi religiose più belle ed articolate, specie dopo la fine dell’iconoclastia. Questo moto, infatti, destinato ad eliminare gli eccessi dei culti delle immagini sacre, portò ad un recupero di elevata spiritualità che si mantenne anche alla fine delle distruzioni di effigi divine.
I complessi della zona di Göreme, ad esempio, sono una tangibile manifestazione di questa spiritualità, ricca di suggestioni e infinitamente devota al Cristo e ai Santi, esempi vivificanti per il fedele e modelli di vita. La costruzione di complessi edifici all’interno delle erte rocce fu un’opera assai difficile, ma le maestranze riuscirono a realizzare dei monumenti di incomparabile eleganza nelle forme architettoniche, prendendo spunto dalle chiese costruite nelle città bizantine e reinterpretando le strutture con in mente i criteri di eleganza e di valore simbolico. Non meno abili furono i pittori, che negli oscuri interni delle cappelle realizzarono grandi cicli di affreschi, sovente riguardanti gli episodi della vita del Cristo. Questi artisti, che non operarono solo nella Cappadocia ma che in parte itinerarono per l’intero Medio Oriente, riempirono di vividi colori e di innumerevoli effigi di santi le volte delle sedi religiose, realizzando uno stile proprio caratterizzato dalla forte suggestione simbolica ottenuta grazie ad uno stile compendiario. L’ispirazione ai mosaici coevi delle basiliche delle capitali d’Oriente e d’Occidente fu contemperata con l’ interesse spirituale dei monaci locali, votati ad un’ottica quasi metafisica. Il ritiro in località isolate non servì tuttavia ai monaci per proteggersi dai Turchi, al di là del tentativo di difesa dalle incursioni arabe già citate.
I Selgiuchidi, infatti, tennero un comportamento assai tollerante con i cristiani nell’area, come dimostra la presenza di alcuni sultani negli affreschi di alcune chiese, probabilmente in veste di benefattori.
Tuttavia i Selgiuchidi, e specialmente il più grande tra loro, Alaeddin Keykubat, costellarono la Cappadocia di meravigliose moschee e di caravanserragli a difesa della rete di vie carovaniere. La loro supremazia, iniziata nell’XI secolo, portò una fase di fioritura economica, grazie allo sfruttamento delle vie commerciali interne, ed artistica, come dimostrano i numerosissimi monumenti di fine fattura a cui l’arte musulmana seguente non ha mai cessato di ispirarsi. La potenza selgiuchida calò sul finire del XIII secolo, quando vi furono le prime pressioni dei Karamanğullari e, dopo la reggenza di Eretna Bey (1352), furono questi a farsi progressivamente più potenti. Dopo oltre un secolo, fu l’Impero Ottomano a sottomettere progressivamente l’area. Questa annessione portò finalmente una lunga pace alla regione, che si trovò in una posizione interna e quindi protetta, anche se le arti e l’economia non trovarono fioritura. L’Impero Ottomano, perdurato sino agli inizi del XX secolo, fu rovesciato dalle lotte interne per la formazione di una Repubblica, giunte al successo nel 1923 con la nascita dell’attuale Turchia.
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