Messico
Messico: diario di viaggio
Età:
36-40
Periodo del viaggio:
in Dicembre 09
Trai cactus e le balene in luoghi mozzafiato
Tutto è cominciato quando ho dovuto spiegare per l’ennesima volta che la Baja California è in Messico, non negli Stati Uniti; la sera prima avevo visto Puerto Escondido in televisione e forse da lì
mi è venuta la folgorazione: ok, questa è la volta della Baja.
Atterriamo all’aeroporto di Los Cabos, ritiriamo la macchina e ci dirigiamo a San José del Cabo, dove passiamo la prima notte. Incredibilmente ci sembra si essere negli Stati Uniti, tutti ci parlano in inglese, si susseguono gli hotel delle catene internazionali e i centri commerciali. Mi viene addirittura da pensare che forse quando dico che la Baja è in Messico sto dicendo solo una mezza verità. La cosa strana, che noterò e capirò di più i prossimi giorni, è però che la gente cambia completamente atteggiamento nel momento in cui mi metto a parlare nel mio spagnolo sgrammaticato misto ad italiano: nel momento in cui capiscono che non siamo “gringos”, cioè statunitensi l’atteggiamento passa immediatamente dall’educazione riservata a qualunque turista ad una curiosità ed espansività che non finiscono di stupirmi, anche dopo parecchi giorni.
La mattina decidiamo di lasciare la città (senza offesa, ma sono venuta per vedere questa zona del Messico, non un surrogato degli USA) e ci dirigiamo a Cabo San Lucas, la punta meridionale della penisola. Qui già va un po’ meglio, il paese è carino e facciamo la classica escursione alla Playa del Amor (che sul retro ha la Playa de Divorcio, giusto per non far torto a nessuno), a El Arco e a Land’s End, il punto in cui il Mar di Cortes si fonde con ll’Oceano. È tutto carino, i leoni marini che prendono il sole sono simpatici, ma ancora manca qualche cosa… Ripensandoci col senno di poi capisco che anche qui c’è quell’atmosfera vagamente artificiale che si respira nel Messico “colonizzato” dagli statunitensi. Ecco perché voglio andare via …
Lasciamo quindi Cabo San Lucas e andiamo verso Todos Santos. La strada è costeggiata da tante di quelle spiagge che i surfisti non hanno che l’imbarazzo della scelta. Sembrano lunghe strisce di sabbia semideserte, che in alcuni punti improvvisamente si riempiono di tante formichine in muta e tavola da surf. Il mio “bisogno di Messico” mi fa fare subito una lunga passeggiata lungo la spiaggia tra stormi di pellicani e gabbiani che si tuffano come missili in acqua. Mi metto poi a chiacchierare con un gruppo di ragazzi che mi racconta tutto delle diverse tecniche di surf, dei tipi di onda, addirittura del tipo di cera che è meglio scegliere per la tavola. Alla fine mi fanno anche provare in un posto dove le onde sono facili facili (a prova di principiante dicono). Per non demolire troppo il mio ego non racconterò come è andata la mia prima e unica esperienza di surf, però ci siamo fatti certe risate !!!! Proseguiamo quindi per il paese e finalmente cominciamo a trovare la vera Baja California. Todos Santos ha accolto negli anni una comunità di artisti che l’ha reso un centro culturale molto attivo, si sente musica dappertutto e naturalmente non ci facciamo mancare un margarita al celebre Hotel California. Che poi sia davvero questo il soggetto della famosissima canzone degli Eagles o che, come si dice, gli autori si riferissero ad un altro hotel a Coronado non mi interessa. Le discussioni oziose non fanno per me, a me basta apprezzare il momento!
La mattina dopo rieccoci in macchina e ci dirigiamo verso La Paz, la capitale della Baja California Sur. È una città molto pulita, tranquilla, ordinata e con un tramonto mozzafiato. Adesso capisco perché tanti statunitensi e canadesi decidono di trasferirsi qui quando vanno in pensione.
Mi piacerebbe moltissimo andare a Isla Espiritu Santu ma il mare è troppo mosso e ci dicono che si riesce ad arrivare solo alla spiaggia. Peccato, sarà per la prossima volta . Optiamo quindi per una breve passeggiata sul malecón e poi ci portiamo fuori dalla città nella zona delle spiagge, che sono una più bella dell’altra, con sabbia fine e bei colori. Peccato solo che ci sia anche il terminal dei traghetti che attraversano il Mar di Cortéz, potrei paragonarlo ad una rigaccia su un dipinto. Per fortuna è abbastanza defilato da non dare troppo fastidio…
Ed siamo di nuovo in macchina, sulla Transpenisular, direzione nord. I paesaggi alternano tratti montuosi con parecchie curve e tornanti a tratti di strada così dritta che sembrebbe tagliata col laser, se non fosse che all’improvviso è attraversata da buche (o meglio voragini), lavori in corso e dalle onnipresenti tope (che sono dei rallentatori di cemento altissimi e non segnalati che possono trasformare un’auto in un aereo se presi con una velocità adeguata). Dopo chilometri di canyon e cactus e altri chilometri di strada drittissima su un altipiano, la strada si apre verso il Mar di Cortéz e lo spettacolo è semplicemente magnifico. Siamo nei dintorni di Loreto e tutto questo tratto di costa è semplicemente magnifico, tra spiagge, isolette e panorami mozzafiato. Qui, presi dall’entusiasmo facciamo passare tutte le prime spiagge che troviamo. Dopo un po’ però sono talmente tante che, anche se sono molto belle ed è difficile scegliere, dobbiamo per forza fare una selezione.
Quando la nostra voglia di sabbia è soddisfatta proseguiamo per Loreto, che è un paesino davvero grazioso, imperniato sulla Missione Gesuita che è stata riconvertita in parrocchia della città. Qui ci capita per caso di assistere alla messa (che sarà seguita da una festa) con cui viene celebrato il quindicesimo compleanno di una ragazza. All’inizio pensavamo fosse un matrimonio (e pensavamo “ma quanto sono giovani gli sposi” e “come mai lo sposo non viene considerato da nessuno?”), poi una zia della ragazza, prendendoci sottobraccio, ci ha spiegato questa usanza e ci ha invitati alla festa dove abbiamo passato qualche ora decisamente particolare ed allegra. L’unico problema è stato riuscire a trovare un regalo al volo e soprattutto decidere cosa regalare. Alla fine abbiamo optato per una mia maglietta comprata in Italia appena prima di partire…. Non ho mai apprezzato tanto il fascino del Made In Italy !
Da Loreto il mattino dopo ci dirigiamo alla Missione di San Javiér. La strada per arrivarci già di per sé merita il viaggio: si passa nel letto di un fiume in secca, ci si inerpica in un canyon, ci si trova a costeggiare un torrente circondato di palme e pitture rupestri e infine si arriva alla Missione, circondata da un minuscolo paesino. Qui ci rendiamo conto che al momento siamo gli unici turisti stranieri, ma che ci sono diversi turisti messicani e tutti vogliono fare conversazione. La cosa incredibile è che hanno tutti giacconi, stivali imbottititi di pelo e persino i cagnolini Chihuahua portano il cappottino. E io sono qui solo con una felpa, cosa che li sconvolge. Quando gli dico che è caldo loro mi rispondono “no, è Natale, quindi è molto freddo”. Sapessero che temperature ci sono dalle mie parti a Natale ! In questo paesino che sembra uscito direttamente dal secolo scorso il tempo passa veloce, tra bambini che giocano, nonni che ci raccontano come era la vita qui cinquanta anni fa e asinelli che si fanno accarezzare.
Ed eccoci di nuovo in macchina verso nord. Passiamo la cittadina di Mulegé che è molto carina, e arriviamo a Santa Rosalia, che sembra sbucata fuori direttamente da un film western. Le luci di Natale distribuite dappertutto in un modo abbastanza kitch rendono il tutto surreale. In mezzo a questa babele finiamo davanti ad una chiesa progettata da Eiffel, tutta di metallo, che è stata smontata e portata da Parigi a fine Ottocento. Me ne avevano parlato, ma vederla è davvero strano…. Quasi quanto mangiare accompagnando i piatti con delle vere baguettes invece che con quelle cose strane e collose che qui chiamano pane, a cui preferisco decisamente le tortillas.
Ora tanto per cambiare imbocchiamo la transpeninsular verso San Ignacio dove c’è un’altra bella missione gesuita ed è una vera e propria oasi in mezzo al deserto. Come prima cosa ci dedichiamo alla richiesta dei permessi per vedere le pitture rupestri e poi ci diamo al bird watching con grande soddisfazione. Mi sarebbe piaciuto andare a Bahia Magdalena per vedere le balene ma non ce n’è il tempo. Peccato, comunque le vedremo i prossimi giorni a Guerrero Negro. In ogni caso il tempo non va sprecato, riesco anche a farmi raccontare un sacco di cose dalla gente del posto e ancora non finisco di stupirmi del fatto che preferiscano sentirmi parlare uno spagnolo improvvisato ad un inglese corretto. Contenti loro, a me non fa che piacere poter migliorare un po’ !
Partiamo da San Ignacio alla volta delle pitture rupestri (che sono a metà strada con Guerrero Negro). Per fortuna partiamo presto la mattina, così facciamo la strada fino a San Francisco de La Sierra con tutta calma e col fresco, fermandoci a guardare i cactus fioriti, gli scoiattoli, le lepri e tutti gli altri animali che sbucano dalla boscaglia, il panorama … Ad un certo punto si arriva in questo paesino in mezzo al nulla dove ci danno una guida (diciamo più un accompagnatore che una guida, visto che faceva il cameriere in un ristorante e sapeva tutto di piadine e niente di pitture rupestri) che ci porta a vedere la Cueva del Raton. Il sito è interessante e le pitture ben conservate grazie al clima secchissimo. Ci hanno detto che ci sono anche parecchi altri siti interessanti, alcuni dei quali richiedono trekking di 3 giorni a dorso di mulo. La prossima volta che passerò di qui devo andare a vederli, perché ormai sono curiosa.
E via di nuovo, alla volta di Guerrero Negro, che come paese non è niente di particolare ma è vicinissimo ad un posto magico come la Laguna Ojo de Liebre. Qui ogni anno migliaia di balene grigie vengono a partorire e si fermano finché i cuccioli sono abbastanza forti da affrontare il viaggio fino al Canada. Andando in barca si vedono balene dappertutto e lo spettacolo è incredibile e indescrivibile allo stesso tempo. E in mezzo alle balene ci sono delfini, leoni marini, aquile pescatrici e uccelli di ogni tipo. Il tutto circondato da dune così bianche da sembrare neve. Non credo di essere riuscita a rendere l’emozione che si prova ma trovare le parole è difficilissimo… Mi fermerei qui all’infinito in mezzo alle saline e alle dune che brulicano di uccelli che non ho mai visto ma bisogna ripartire anche stavolta. Mi sembra di essere l’espressione vivente di “On the Road” di Kerouac.
Da qui andando a nord si entra in un incredibile giardino roccioso pieno di cactus dalle forme più disparate e spesso fioriti. Per chilometri e chilometri e chilometri ci si passa in mezzo e si rimane incantati a guardarli. Questo fino a quando si arriva a El Rosario, dopodiché all’improvviso si cambia pianeta: la strada diventa anonima, il paesaggio desolato e rimane il rimpianto di aver lasciato un luogo incredibile per fare ritorno tra i comuni mortali. L’arrivo a Ensenada riporta alla realtà della vicinanza con gli Stati Uniti: villette a schiera, condomini pieni di americani e terminal di navi da crociera. La tanto decantata Bufadora è effettivamente un geyser carino ed è interessante vedere la gente del posto che ci porta i bambini come ad un parco giochi, ma purtroppo ormai c’è la tristezza del rientro e probabilmente il mio umore non è dei più solari. Tijuana poi è una città che non riesco ad apprezzare, per cui lasciamo la macchina e passiamo il confine, diretti all’aeroporto per il volo di rientro.
Abbiamo vissuto un Messico decisamente diverso ma affascinante ed incredibile, dove la natura riesce ad essere padrona e l’uomo è solo un ospite. Bellissima, non saprei come altro descriverla !!!
Atterriamo all’aeroporto di Los Cabos, ritiriamo la macchina e ci dirigiamo a San José del Cabo, dove passiamo la prima notte. Incredibilmente ci sembra si essere negli Stati Uniti, tutti ci parlano in inglese, si susseguono gli hotel delle catene internazionali e i centri commerciali. Mi viene addirittura da pensare che forse quando dico che la Baja è in Messico sto dicendo solo una mezza verità. La cosa strana, che noterò e capirò di più i prossimi giorni, è però che la gente cambia completamente atteggiamento nel momento in cui mi metto a parlare nel mio spagnolo sgrammaticato misto ad italiano: nel momento in cui capiscono che non siamo “gringos”, cioè statunitensi l’atteggiamento passa immediatamente dall’educazione riservata a qualunque turista ad una curiosità ed espansività che non finiscono di stupirmi, anche dopo parecchi giorni.
La mattina decidiamo di lasciare la città (senza offesa, ma sono venuta per vedere questa zona del Messico, non un surrogato degli USA) e ci dirigiamo a Cabo San Lucas, la punta meridionale della penisola. Qui già va un po’ meglio, il paese è carino e facciamo la classica escursione alla Playa del Amor (che sul retro ha la Playa de Divorcio, giusto per non far torto a nessuno), a El Arco e a Land’s End, il punto in cui il Mar di Cortes si fonde con ll’Oceano. È tutto carino, i leoni marini che prendono il sole sono simpatici, ma ancora manca qualche cosa… Ripensandoci col senno di poi capisco che anche qui c’è quell’atmosfera vagamente artificiale che si respira nel Messico “colonizzato” dagli statunitensi. Ecco perché voglio andare via …
Lasciamo quindi Cabo San Lucas e andiamo verso Todos Santos. La strada è costeggiata da tante di quelle spiagge che i surfisti non hanno che l’imbarazzo della scelta. Sembrano lunghe strisce di sabbia semideserte, che in alcuni punti improvvisamente si riempiono di tante formichine in muta e tavola da surf. Il mio “bisogno di Messico” mi fa fare subito una lunga passeggiata lungo la spiaggia tra stormi di pellicani e gabbiani che si tuffano come missili in acqua. Mi metto poi a chiacchierare con un gruppo di ragazzi che mi racconta tutto delle diverse tecniche di surf, dei tipi di onda, addirittura del tipo di cera che è meglio scegliere per la tavola. Alla fine mi fanno anche provare in un posto dove le onde sono facili facili (a prova di principiante dicono). Per non demolire troppo il mio ego non racconterò come è andata la mia prima e unica esperienza di surf, però ci siamo fatti certe risate !!!! Proseguiamo quindi per il paese e finalmente cominciamo a trovare la vera Baja California. Todos Santos ha accolto negli anni una comunità di artisti che l’ha reso un centro culturale molto attivo, si sente musica dappertutto e naturalmente non ci facciamo mancare un margarita al celebre Hotel California. Che poi sia davvero questo il soggetto della famosissima canzone degli Eagles o che, come si dice, gli autori si riferissero ad un altro hotel a Coronado non mi interessa. Le discussioni oziose non fanno per me, a me basta apprezzare il momento!
La mattina dopo rieccoci in macchina e ci dirigiamo verso La Paz, la capitale della Baja California Sur. È una città molto pulita, tranquilla, ordinata e con un tramonto mozzafiato. Adesso capisco perché tanti statunitensi e canadesi decidono di trasferirsi qui quando vanno in pensione.
Mi piacerebbe moltissimo andare a Isla Espiritu Santu ma il mare è troppo mosso e ci dicono che si riesce ad arrivare solo alla spiaggia. Peccato, sarà per la prossima volta . Optiamo quindi per una breve passeggiata sul malecón e poi ci portiamo fuori dalla città nella zona delle spiagge, che sono una più bella dell’altra, con sabbia fine e bei colori. Peccato solo che ci sia anche il terminal dei traghetti che attraversano il Mar di Cortéz, potrei paragonarlo ad una rigaccia su un dipinto. Per fortuna è abbastanza defilato da non dare troppo fastidio…
Ed siamo di nuovo in macchina, sulla Transpenisular, direzione nord. I paesaggi alternano tratti montuosi con parecchie curve e tornanti a tratti di strada così dritta che sembrebbe tagliata col laser, se non fosse che all’improvviso è attraversata da buche (o meglio voragini), lavori in corso e dalle onnipresenti tope (che sono dei rallentatori di cemento altissimi e non segnalati che possono trasformare un’auto in un aereo se presi con una velocità adeguata). Dopo chilometri di canyon e cactus e altri chilometri di strada drittissima su un altipiano, la strada si apre verso il Mar di Cortéz e lo spettacolo è semplicemente magnifico. Siamo nei dintorni di Loreto e tutto questo tratto di costa è semplicemente magnifico, tra spiagge, isolette e panorami mozzafiato. Qui, presi dall’entusiasmo facciamo passare tutte le prime spiagge che troviamo. Dopo un po’ però sono talmente tante che, anche se sono molto belle ed è difficile scegliere, dobbiamo per forza fare una selezione.
Quando la nostra voglia di sabbia è soddisfatta proseguiamo per Loreto, che è un paesino davvero grazioso, imperniato sulla Missione Gesuita che è stata riconvertita in parrocchia della città. Qui ci capita per caso di assistere alla messa (che sarà seguita da una festa) con cui viene celebrato il quindicesimo compleanno di una ragazza. All’inizio pensavamo fosse un matrimonio (e pensavamo “ma quanto sono giovani gli sposi” e “come mai lo sposo non viene considerato da nessuno?”), poi una zia della ragazza, prendendoci sottobraccio, ci ha spiegato questa usanza e ci ha invitati alla festa dove abbiamo passato qualche ora decisamente particolare ed allegra. L’unico problema è stato riuscire a trovare un regalo al volo e soprattutto decidere cosa regalare. Alla fine abbiamo optato per una mia maglietta comprata in Italia appena prima di partire…. Non ho mai apprezzato tanto il fascino del Made In Italy !
Da Loreto il mattino dopo ci dirigiamo alla Missione di San Javiér. La strada per arrivarci già di per sé merita il viaggio: si passa nel letto di un fiume in secca, ci si inerpica in un canyon, ci si trova a costeggiare un torrente circondato di palme e pitture rupestri e infine si arriva alla Missione, circondata da un minuscolo paesino. Qui ci rendiamo conto che al momento siamo gli unici turisti stranieri, ma che ci sono diversi turisti messicani e tutti vogliono fare conversazione. La cosa incredibile è che hanno tutti giacconi, stivali imbottititi di pelo e persino i cagnolini Chihuahua portano il cappottino. E io sono qui solo con una felpa, cosa che li sconvolge. Quando gli dico che è caldo loro mi rispondono “no, è Natale, quindi è molto freddo”. Sapessero che temperature ci sono dalle mie parti a Natale ! In questo paesino che sembra uscito direttamente dal secolo scorso il tempo passa veloce, tra bambini che giocano, nonni che ci raccontano come era la vita qui cinquanta anni fa e asinelli che si fanno accarezzare.
Ed eccoci di nuovo in macchina verso nord. Passiamo la cittadina di Mulegé che è molto carina, e arriviamo a Santa Rosalia, che sembra sbucata fuori direttamente da un film western. Le luci di Natale distribuite dappertutto in un modo abbastanza kitch rendono il tutto surreale. In mezzo a questa babele finiamo davanti ad una chiesa progettata da Eiffel, tutta di metallo, che è stata smontata e portata da Parigi a fine Ottocento. Me ne avevano parlato, ma vederla è davvero strano…. Quasi quanto mangiare accompagnando i piatti con delle vere baguettes invece che con quelle cose strane e collose che qui chiamano pane, a cui preferisco decisamente le tortillas.
Ora tanto per cambiare imbocchiamo la transpeninsular verso San Ignacio dove c’è un’altra bella missione gesuita ed è una vera e propria oasi in mezzo al deserto. Come prima cosa ci dedichiamo alla richiesta dei permessi per vedere le pitture rupestri e poi ci diamo al bird watching con grande soddisfazione. Mi sarebbe piaciuto andare a Bahia Magdalena per vedere le balene ma non ce n’è il tempo. Peccato, comunque le vedremo i prossimi giorni a Guerrero Negro. In ogni caso il tempo non va sprecato, riesco anche a farmi raccontare un sacco di cose dalla gente del posto e ancora non finisco di stupirmi del fatto che preferiscano sentirmi parlare uno spagnolo improvvisato ad un inglese corretto. Contenti loro, a me non fa che piacere poter migliorare un po’ !
Partiamo da San Ignacio alla volta delle pitture rupestri (che sono a metà strada con Guerrero Negro). Per fortuna partiamo presto la mattina, così facciamo la strada fino a San Francisco de La Sierra con tutta calma e col fresco, fermandoci a guardare i cactus fioriti, gli scoiattoli, le lepri e tutti gli altri animali che sbucano dalla boscaglia, il panorama … Ad un certo punto si arriva in questo paesino in mezzo al nulla dove ci danno una guida (diciamo più un accompagnatore che una guida, visto che faceva il cameriere in un ristorante e sapeva tutto di piadine e niente di pitture rupestri) che ci porta a vedere la Cueva del Raton. Il sito è interessante e le pitture ben conservate grazie al clima secchissimo. Ci hanno detto che ci sono anche parecchi altri siti interessanti, alcuni dei quali richiedono trekking di 3 giorni a dorso di mulo. La prossima volta che passerò di qui devo andare a vederli, perché ormai sono curiosa.
E via di nuovo, alla volta di Guerrero Negro, che come paese non è niente di particolare ma è vicinissimo ad un posto magico come la Laguna Ojo de Liebre. Qui ogni anno migliaia di balene grigie vengono a partorire e si fermano finché i cuccioli sono abbastanza forti da affrontare il viaggio fino al Canada. Andando in barca si vedono balene dappertutto e lo spettacolo è incredibile e indescrivibile allo stesso tempo. E in mezzo alle balene ci sono delfini, leoni marini, aquile pescatrici e uccelli di ogni tipo. Il tutto circondato da dune così bianche da sembrare neve. Non credo di essere riuscita a rendere l’emozione che si prova ma trovare le parole è difficilissimo… Mi fermerei qui all’infinito in mezzo alle saline e alle dune che brulicano di uccelli che non ho mai visto ma bisogna ripartire anche stavolta. Mi sembra di essere l’espressione vivente di “On the Road” di Kerouac.
Da qui andando a nord si entra in un incredibile giardino roccioso pieno di cactus dalle forme più disparate e spesso fioriti. Per chilometri e chilometri e chilometri ci si passa in mezzo e si rimane incantati a guardarli. Questo fino a quando si arriva a El Rosario, dopodiché all’improvviso si cambia pianeta: la strada diventa anonima, il paesaggio desolato e rimane il rimpianto di aver lasciato un luogo incredibile per fare ritorno tra i comuni mortali. L’arrivo a Ensenada riporta alla realtà della vicinanza con gli Stati Uniti: villette a schiera, condomini pieni di americani e terminal di navi da crociera. La tanto decantata Bufadora è effettivamente un geyser carino ed è interessante vedere la gente del posto che ci porta i bambini come ad un parco giochi, ma purtroppo ormai c’è la tristezza del rientro e probabilmente il mio umore non è dei più solari. Tijuana poi è una città che non riesco ad apprezzare, per cui lasciamo la macchina e passiamo il confine, diretti all’aeroporto per il volo di rientro.
Abbiamo vissuto un Messico decisamente diverso ma affascinante ed incredibile, dove la natura riesce ad essere padrona e l’uomo è solo un ospite. Bellissima, non saprei come altro descriverla !!!
